Un genere senza filtri: il giornalismo d’inchiesta  

di Arcangelo Catuogno

Un'inchiesta giornalistica è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere e se ne fa custode nell'interesse dell'opinione pubblica e anche nell'interesse della politica perché senza fatti la politica annienta sé stessa. Giuseppe D’Avanzò con questa riflessione intende sottolineare come il giornalismo d’inchiesta debba essere tutelato da qualsiasi forma di potere o censura. La Corte di Cassazione con la sentenza N. 30522 depositata il 3 Novembre 2023 promulga uno statuto sul giornalismo d’inchiesta, una tipologia di attività basata su una trattazione di carattere investigativo relativa a differenti ambiti, quali per esempio la sfera criminale e il fenomeno della corruzione. Coloro che lavorano in questo settore si configurano come freelance, cioè giornalisti svincolati da una determinata linea editoriale e pertanto con la possibilità di approfondire anche gli argomenti più scomodi. 

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Abbiamo affrontato questo tema con la dott.ssa Chiara Di Paola, giornalista e conduttrice radiofonica, nonché referente del PCTO La Giusta Frequenza – Giovani reporter della Memoria, promosso al Mameli con l’obbiettivo di diffondere i principi di cittadinanza sociale e di legalità̀.  

Dott.ssa Di Paola, quali sono le fasi principali di un’inchiesta giornalistica?  

Inizialmente bisogna definire il tema dell’inchiesta, cosa che di per sé è già estremamente complicata, perché per farlo è necessario innanzitutto individuare un problema. Successivamente si effettua una ricerca sulle fonti, che può essere svolta anche online e si individuano dei testimoni chiave. Si deve lavorare sui nodi che non tornano e trovare delle persone che possano aiutare a slegarli. Fondamentale è stare in prima persona sul campo e, anche raccogliere le cosiddette “voci di corridoio e di quartiere”, può essere utile, perché ciò permette di reperire degli indizi e avere un quadro completo della situazione. Ovviamente è bene considerare che le dicerie non sono fonti ufficiali, perché non godono dell’affidabilità di una fonte giornalistica, però è importante avere anche la percezione di quello che pensa la gente. Inoltre, per correttezza giornalistica, è doveroso analizzare non solo la tesi che si vuole sostenere, ma anche l’antitesi; bisogna dare voce a tutti i protagonisti dell’inchiesta, in modo tale che possano parlare, ma eventualmente anche discolparsi. È importante fare ciò in via ufficiale, quindi avendo sempre la telecamera con sé o mandare una PEC, in modo tale da inserire nell’inchiesta l’eventuale risposta o mancata risposta del soggetto. Da un punto di vista tecnico, invece, è necessario rispettare i tempi previsti per l’inchiesta, perché alla fase di produzione segue quella di impaginazione e pubblicazione per la messa in stampa. Infatti, uno dei rischi principali è proprio quello di non riuscire a terminare la fase di produzione nei tempi stabiliti, rischiando così di andare incontro ad una fase di stallo che diventa frustrante perché vanifica il lavoro svolto. 

Quali sono i principali rischi a cui si può andare incontro? 

I rischi variano a seconda della tipologia d’inchiesta e si distinguono in rischi concreti e figurati. Il più banale è quello di non riuscire a terminare il lavoro come era stato pensato, o peggio, di non terminarlo affatto. Poi ci sono rischi concreti: tanti giornalisti sono sottoscorta, in particolare quelli che si occupano di temi come la criminalità organizzata o il terrorismo. Nel corso degli anni ci sono stati colleghi che purtroppo hanno perso la vita o che hanno subito aggressioni per il loro lavoro; oggi ciò fortunatamente accade più raramente e in modo meno eclatante rispetto a venti o trent’anni fa. Per esempio mi viene in mente Federico Ruffo che quando lavorava a Report aveva condotto un’indagine sulla camorra nelle curve calcistiche, in particolar modo quella della Juventus, e c’è stato un tentativo di incendio alla sua abitazione.  

In che modo il pubblico può riconoscere la veridicità dell’inchiesta giornalistica e l’autenticità dell’autore? 

È fondamentale che il giornalista permetta ai lettori la possibilità di ripercorrere il filo dell’inchiesta da lui costruito, in quanto egli non deve comunicare ai lettori solo il risultato della sua indagine, ma ha il dovere deontologico di illustrare come è giunto alle conclusioni della sua inchiesta. Ciò rappresenta per i lettori uno degli strumenti principali per verificare l’attendibilità dell’inchiesta. È necessario al contempo tutelare la fonte, perché è un diritto e un dovere del giornalista proteggere le fonti, qualora chiedano di non essere rivelate. È per questo che a volte capita di vedere testimoni con il volto oscurato o con la voce contraffatta oppure con un nome di fantasia.  

C’è stata un’inchiesta giornalistica, realizzata da lei o da altri, che ricorda in particolare? Se sì, perché? 

Dunque, insieme al mio team e con Zai.Net, la nostra rivista, conduciamo delle inchieste per il progetto ABNE (A Brave New Europe), finanziato dall’Unione Europea, all’interno del quale approfondiamo come vengono spesi i fondi di coesione dell’UE. In alcune occasioni, è capitato che delle risorse siano scomparse e che i referenti di queste non siano stati in grado di fornirci delle spiegazioni. Tra queste, quella condotta da una nostra giovane reporter ha vinto anche il premio giornalistico “Energia del Vento” di ANEV. L’inchiesta trattava il tema dell’eolico offshore a Taranto. Anche in quel caso c’erano stati dei fondi europei destinati alla realizzazione di alcuni impianti eolici, però alla fine non siamo riusciti a capire dove siano finite le risorse assegnate.  

Tra le inchieste che in generale mi hanno particolarmente entusiasmata, oltre a quelle di Report che seguo con gran piacere e interesse, ce n’è stata una molto interessante di Massimiliano Coccia, giornalista de L’Espresso, che ha lavorato sul caso Becciu, il cardinale che è stato incriminato e condannato per peculato e truffa aggravata, poiché utilizzava i fondi della chiesa per altri scopi. Personalmente ritengo che sia stata un’inchiesta meravigliosa, da cui è nato il libro“Amen”. Coccia, un tempo anche lui giovane reporter di Zai Net, mentre realizzava quest’inchiesta, è stato vittima di numerose pressioni, ma alla fine è riuscito ad ottenere la condanna del cardinale.  

Cosa consiglia ai giovani che vorrebbero intraprendere la carriera giornalistica investigativa? A cosa si devono preparare?  

Ai giovani che desiderano intraprendere la carriera giornalistica investigativa consiglio di stare sul campo e di fare tanta gavetta, perché è l’unico modo per imparare a fare del buon giornalismo, non essendoci una scuola specializzata o un’università. È fondamentale sapersi guardare attorno, farsi tante domande, leggere e scrivere tantissimo. È importante ispirarsi a chi davvero svolge bene questa professione, come per esempio i giornalisti di Report o de L’Espresso. Inoltre, è utile sapersi cercare e creare una propria rete di contatti affidabile, fondamentale per questo lavoro. Bisogna anche considerare che, quando si lavora per una testata, il giornalista deve attenersi alla linea editoriale del giornale, che difficilmente si riesce a sposare a pieno. Non per questo i giovani devono farsi intimorire, anzi, bisogna portare con costanza e coraggio le proprie idee, con la consapevolezza di poter eventualmente infastidire qualcuno. Purtroppo, è bene sapere che le possibilità di riuscita sono poche, soprattutto per il giornalismo d’inchiesta; questo è dovuto al fatto che non si investe in questo campo, come invece accade in altri ambiti. Detto ciò, se uno è animato da passione ha il diritto e il dovere di provarci, considerata l’importanza del giornalismo nella società.