Un filosofo coraggioso a processo

di  Luca Gragnoli

Immagine che contiene edificio, cielo, scultura, Scultura in pietra

Descrizione generata automaticamenteVittima dell’ignoranza, martire per la verità, precursore della libertà: in una parola, Socrate, o, meglio, il nostro Socrate. Nell’Atene del V secolo a.C., infatti, la sua personalità gli valse un sorso mortale di cicuta. Per questo, è legittimo interrogarsi sulle ragioni di questa contraddizione. Perché la democratica e libera Atene si bagnò (in)coscientemente del sangue di Socrate? E, soprattutto, perché questo rivoluzionario pensatore non riuscì (o non volle) a salvarsi?
Ignorante aporetico di professione, Socrate si divertiva a smontare le facili certezze dei suoi contemporanei. Per fare ciò, dialogava. Ed è proprio questa sua caratteristica a renderlo completamente “altro”.
 Infatti, secondo una celebre lettura offerta dal classicista inglese Eric A. Havelock in Cultura orale e civiltà della scrittura, nell’Atene socratica, che è poi la grande socrate 2

democrazia periclea, la gente non pensava. I cittadini di quel tempo parlavano per citazioni omeriche, imparate a memoria e adattate al contesto. In questo senso, pensare era superfluo, innaturale, sovversivo. Confondeva. In un certo senso, quei poveri ateniesi sono da capire. Chi gradirebbe essere tormentato da un tafano, il cui unico scopo è impedirti di “dormire per il resto della vita”? Proprio per questo fastidioso insetto, invece, essere e pensare erano la stessa cosa. La sua attività era fine in se stessa, ovvero esauriva le ragioni della sua esistenza. Per questo sentenziò che “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”, perché la vita è ricerca. 
Insomma, l’unica colpa di Socrate fu insegnare a pensare, un’attività la cui assenza, più che la sua presenza, sorprenderebbe noi figli della “ragione illuministica”. A quel tempo, però, questi discepoli “corrotti” erano assolutamente sui generis: non smettevano di fare domande, di mettere in discussione tutti e tutto, dai politici alla religione, dalla democrazia ai sapienti. Pertanto, gli ambienti conservatori della democrazia restaurata dopo l’esperienza dei Trenta Tiranni (404 a.C.) decisero di sbarazzarsi di questo “fastidio”, di questa minaccia per la coesione sociale e per i loro privilegi. Infatti, come Socrate stesso racconta, furono in realtà Anito e Licone, membri dell’élite aristocratica di Atene, ad accusarlo, e non Meleto, poetucolo da quattro soldi alla disperata ricerca della fama, che aveva ufficialmente presentato l’accusa in tribunale. Il resto, come si suol dire, è storia.

socrate 3

Eppure, il dubbio sorge. Come mai Socrate non si tirò fuori dai guai? Al di là della falsa modestia, aveva sicuramente una mente brillante e delle abilità oratorie non comuni. Probabilmente, è stata proprio la sua unicità a ucciderlo. Sebbene anche Gorgia fosse un uomo eccezionale, la differenza tra i due filosofi è abissale. Gorgia si addata al mondo. Socrate adatta il mondo. La sua ferma convinzione nella missione educativa attribuitagli dalla divinità, la sua dedizione per Atene e l’apologia rigorosa pronunciata prima della prima condanna lo portano, nella seconda, quando ormai la morte è sempre più prossima visto che i giudici l’hanno ormai già condannato, a chiedere non una diminuzione di pena, implicita ammissione di colpa, bensì un premio. È la prova più evidente di come il filosofo non desideri che sia lui a conformarsi alla polis, ma viceversa. È un messia senza sufficienti seguaci. Come prova, si considerino le parole finali dell’Apologia di Socrate di Platone. Innanzitutto, divide la giuria in “buoni” e “cattivi”. Ai primi confessa la sua convinzione che la morte sia sempre un guadagno. Ai secondi spiega come la morte corra più velocemente della malvagità. Quindi lui, vecchio e stanco, è stato colto dalla prima, loro dalla seconda. Che a ognuno spetti la propria punizione, allora!

In conclusione, la morte di Socrate, proprio come quella di un vero messia, lo consacrerà nella storia. L’uomo diventerà l’idea, l’idea l’uomo. Ma, al di là di questa sublimazione di Socrate-idea, la vicenda di Socrate-uomo rimane un monito di come persino la più libera delle città, la più evoluta delle società, la più aperta delle civiltà, se stremata e addormentata, possa ignorare e perseguitare chi più la ama. Rimane anche, e forse soprattutto dal punto di vista di Socrate, una testimonianza di infinita coerenza.