Spoon River, la voce di chi non ha più nulla da temere

di  Andrea Franco

ImageL’Antologia di Spoon River è una delle opere più conosciute del poeta statunitense Edgar Lee Masters (1868-1950). Si tratta di una raccolta di poesie sotto forma di epitaffi, inizialmente pubblicati a puntate sul quotidiano Reedy’s Mirror di Saint Luis, che hanno trovato la versione definitiva in un unico volume nel 1916. Nonostante ciò, arriva in Italia molto più tardi, nel 1943. Dopo essere stata scoperta dallo scrittore Cesare Pavese, viene tradotta da Fernanda Pivano, scrittrice e traduttrice. L’Antologia è composta da 243 componimenti in versi liberi, più uno introduttivo, che riportano le parole di persone defunte seppellite nel cimitero di Spoon River, cittadina immaginaria. Raccoglie storie raccontate da 248 personaggi, che tendenzialmente danno i titoli alle varie poesie. Questi personaggi possono narrare in prima persona un evento specifico della loro vita, ascoltare il racconto di altri morti, o riflettere e filosofeggiare su tematiche che si estendono a più epitaffi.
Fra le cose che più colpiscono leggendo l’Antologia è come i morti parlino, facciano riferimenti e descrivano la loro vicenda di vita in un modo del tutto inusuale. Noi siamo abituati a ricordare i nostri cari, ormai defunti, per le loro caratteristiche migliori, per preservare un ricordo sempre bello della loro persona. In quest’opera tutto ciò viene rovesciato. I protagonisti parlanti sono ormai fuori dal mondo, non hanno nulla da aspettarsi né da dimostrare. Non solo, quindi, non si ritraggono eccellentemente, ma si focalizzano su quelle azioni negative che li hanno, al contrario, portati alla rovina.

L’autunno in cui mia sorella Nancy Knapp

               Diede fuoco alla casa,

              Il dottor Duval era sotto processo

                Per l’omicidio di Zora Clemens,

5           E io sedetti in tribunale per due settimane

               A sentirmi ogni testimone.

               Era chiaro, l’aveva messa incinta,

              E non voleva

                Che partorisse.

10            Insomma, e io cosa dovevo dire, otto figli

                  E uno in arrivo, e la fattoria

                  Ipotecata in favore di Thomas Rhodes?

                   Poi l’altra sera, quando tornai a casa

                     (Dopo aver ascoltato la storia della corsa in carrozza,

15                     E il ritrovamento di Zora nel fosso),

                         La prima cosa che vidi, proprio lì accanto alle scale,

                         Dove i ragazzi scavavano in cerca di vermi da esca

                     Fu l’accetta!

                    Allora, entrai dov’era mia moglie,

20                 In piedi di fronte a me, col pancione.

                     Lei iniziò a dirmi dell’ipoteca sulla fattoria,

                      E io la uccisi.


L’epitaffio di Barry Holden, il 77esimo della raccolta, è uno dei più famosi. È lo stesso Barry Holden a parlare, uomo precedentemente benestante che si trova catapultato improvvisamente in una condizione di miseria, con otto figli da sfamare più uno in arrivo e la fattoria ipotecata dall’avido bancario Thomas Rhodes. È giudice di professione e nell’autunno in cui la sorella Nancy Knapp aveva dato fuoco alla casa in preda alla follia, si trova a condurre un processo per l’omicidio di Zora Clemens da parte del dottor Duval. Questo elemento non è affatto secondario: la situazione che ha portato Duval a uccidere Zora è per molti aspetti similare a quella di Barry. Egli ritiene anzi che la sua sia addirittura peggiore (“Insomma, e io che cosa dovevo direRhodes?”, vv. 10-12). La follia lo porta fuori di sé: appassionato delle corse di cavalli, vede la corsa in carrozza come metafora dell’intera vita con le sue vittorie e successi, ma anche, e soprattutto, ostacoli e cadute, che possono significare morte; la “storia della corsa in carrozza” gli viene in mente passivamente (“dopo aver ascoltato”, v. 14), a indicare lo stato non razionale in cui la follia lo ha portato ad essere. Subito dopo, giunge la notizia del ritrovamento del corpo di Zora, che lo rimanda all’omicidio e a come Duval aveva agito. Tanto imperversa questo stato in lui, che tornando a casa la prima cosa che vede non sono i figli innocenti e gioiosi che giocano, ma un’accetta. Entra nella stanza e mentre la moglie gli parla dell’ipoteca, lui la uccide.
Il racconto di Barry Holden, come accade in tutti gli altri componimenti di Spoon River, non descrive la sua intera esperienza di vita, ma ci fa conoscere il personaggio giudicandolo per quel solo evento. L’intento, infatti, è quello di trascendere la realtà narrata per trasmettere valori universali al lettore. La poesia, dunque, sussiste nella potenza della parola o di una frase che può sensibilizzare l’interlocutore molto più di un intero romanzo. La prima freccia viene scoccata al verso 10. La parola “insomma” permette lo stacco improvviso e quasi inaspettato tra la prima e la seconda parte del testo, la vicenda del dottor Duval e quella di Holden. Da lì inizia la domanda riflessiva che si pone Barry: il discorso in prima persona fa trapelare il lamento e la disperazione del personaggio. È di fatto dal verso 13, però, che inizia la vera e propria narrazione dell’atto cruciale che ha condannato Barry Holden. E.L.Masters riesce qui a trasmettere in pochi versi la folle condizione mentale del personaggio, accentuandola con figure di suono e di posizione. Inserisce ciò che è pensato tra parentesi, rende passiva la ragione di Holden con il verbo “ascoltare” e dispone le espressioni chiave dell’ingresso in casa (vv. 16-18), “la prima cosa”, “i ragazzi” e “l’accetta”, enfaticamente ad inizio verso. Infine, l’ultimo verso, la conclusione: “e io la uccisi”. E così l’azione principale è espressa con freddezza, efficacia e incisività.

ImageL’Antologia di Spoon River presenta i protagonisti in una posizione esterna al mondo, infatti non essendo più vittime di attese, ambizioni e aspettative, essi confidano le loro follie, le loro paure, le loro macchie, perché non hanno più nulla da temere. Modalità espressive distanti, ma incredibilmente utili al nostro tempo, in cui imperano apparenza e false verità.