Sμετραgliᾶte ed Aritμέτρικa

(sostantivi misti femminili)

di Paolo De Sanctis

Foto B1

Zazzarazàz

Zazzarazàz

Za za za ra za zà!
Za za za!

Paolo Conte, Bartali, 1979

https://www.youtube.com/watch?v=wMpbwdiQoys

https://www.youtube.com/watch?v=FXrFhw3wvrM

Allora, dicevamo che ragionare a voce alta sui temi dell’Agorà di Via Micheli è un giuoco divertente, dove si mischiano generi, registri, argomenti, retoriche ed età diverse. Ed in questo labirinto io riprendo, divertendomi, il filo del numero due (i generi, nell’accezione più ampia di questo ampio termine) e lo unisco agli spunti di questo numero tre:

Scienza,

Matematica,

Stile,

Eleganza,

Armonia.

Sì, lo so: per analogia e sinonimia ho aggiunto qualche parola chiave ma sono comunque restato all’interno dell’insieme dato, che si chiama solo “Scienza e Stile”. Son due parole distanti e vicine, allo stesso tempo, bisogna trovare solo la retta o le rette (da qui l’esigenza di esplicitare più parole chiave) che uniscano i punti dati su questo nostro piano geometrico.

Butto lì, allora, le seguenti parole che, come segmenti, accompagneranno la figura geometrica irregolare del mio viaggio dal punto S al punto S², in rigorosa scala centimetrica, di modo da creare sbilenchi scalini:

ˉ ˘

2 e 1

Poesia,

Musica,

Metrica,

Quantità,

Solfeggio,

Tempi ritmici,

Numeri sonori,

Generi letterari,

Kreuzung der Gattungen,

Allora, iniziamo. La principale distinzione che intercorre fra la prosa e la poesia è il fatto che la prima è più ecologista. La prosa infatti ottimizza gli spazi bianchi della carta ed arriva, in linea di massima (e non dunque come ho fatto io finora) alla fine della riga. La poesia è invece più sprecona, ad un certo punto va a capo e lascia il bianco a destra sulle nostre pagine occidentali. Ma come e perché va a capo la comunicazione poetica?

Essa va a capo perché il poeta, suo facitore (ποιητής, per l’appunto), si è dato delle regole e ha deciso, fino a un certo e variabile periodo storico, che dopo un tot. di sillabe, nella nostra cara lingua volgare, o dopo una sommatoria di sillabe brevi o lunghe, nelle nostre care lingue classiche, deve terminare la riga, spesso anche il concetto.

La poesia è dunque artefazione pura, un giuoco aritmetico e combinatorio per il suo artefice, un attentato alla spontaneità della comunicazione e dei sentimenti. Il poeta pensa, vuole esprimersi e poi inizia a contare e a misurare e dunque a modificare la forma del suo pensiero.

La forma della poesia si realizza attraverso una ritmica e metrica aritmetica (vogliamo osare un’aritmetrica?), quasi un solfeggio. 

Così la parola “metrica” prima di essere un temutissimo sostantivo, che si concretizza nelle classi sotto forma di canto stonato e scolasticamente armonico, è un aggettivo, che rimanda, geometricamente, alla partizione del verso in singole unità, definite talune talvolta simpaticamente “dita” o “piedi”. Quando esse sono bastanti, si gira, si volta, si rigira, si rivolta, si fa una giravolta, la si fa un’altra volta, (verto, vertis, verti, versum, vertĕre) e si va a capo. Quanta fatica dietro ad un verso: fisica e mentale.

Lo stesso per le strofe, un preciso quanto ordinato mucchio di versi. 

Regaliamo un pallottoliere al poeta, che ha tanti conti da tenere!

La poesia è un castello di numeri armonicamente sistemati l’uno sull’altro che si arrampicano rincorrendosi in guglie, torri, merli, grondaie e così a continuare. Abbiamo tutti presente, del resto, che fortino di numeri, simboli e richiami interni è la Commedia di Dante, ad es., no?

Il Poeta LatinoGreco ha a disposizione un vero arsenale di possibilità, suddivise fra piedi, versi e strofe. Per il poeta la tipologia metrica della sua composizione serve in qualche modo ad indicarne anche il genere letterario. La metrica è una cosa seria, su cui non si scherza. E’ una prima dichiarazione (implicita) di intenti del poeta, che ci sta rivelando i suoi progetti, cosa farà (ποιήσει), cosa scriverà, in cosa si cimenterà.

Ce lo dobbiamo immaginare questo poeta come un rivoluzionario centroamericano, un Emiliano Zapata o un Pancho Villa qualunque, a difesa del suo campo letterario di battaglia con indosso una bandolera (per dirla alla centroamericana; in it.: bandoliera) di piedi e versi al posto di proiettili per il suo mitra, anzi per i suoi μέτρα.

eccone una sventagliata:

Proceleusmatici

Tribrachi

anapesti

spondei,

trochei,

giambi

dattili

ecc. 

Ognuno poi da declinare nelle sue opportune composizioni. Ed ecco la seconda bandolera che si incrocia con la prima, sul petto armato del combattente, del miles amoris o meglio del miles poëticus, in cerca di gloria. Fra i colpi più celebri troviamo:

Adonio

Itifallico

Esametro,

Pentametro

Distico elegiaco

Endecasillabo falecio

Endecasillabo saffico

Trimetro giambico scazonte,

Trimetro giambico catalettico,

Trimetro giambico acatalettico,

Tetrametro trocaico catalettico 

Tetrametro trocaico acatalettico

Eccetera eccetera eccetera eccetera ecc.

Fino ad arrivare poi i fuochi artificiali dei canti corali (del teatro greco) dove la regola si mischia alla fantasia.

Ratatatà! Ratatatà!

Ratatatatatatatatatatatatatatatatataaaaaààààààààà!!!

Zazzarazàz

Zazzarazàz

Za za za ra za zà!
Za za za!

Il conteggio metico-aritemetico-musicale è una cosa seria, dicevamo. Trattasi di una serietà che rispetta i generi letterari, dicevamo. E’ quasi lo sfondo oggettivo della composizione stessa, a cui non ci si può sottrarre. 

Se lo dovessi paragonare ad uno strumento musicale, lo assocerei alla batteria, all’essenzialità della batteria. Una serietà ed un’essenzialità, dicevamo, con cui nessuno (almeno per un certo periodo) osa scherzare e a cui tutti si attengono.

Tutti tranne uno, il poeta latino più scherzoso di tutti, che è in grado, con sapienza, di maneggiare la serietà e lo scherzo, l’epica e l’elegia, l’amore e il dolore, la gioia maliziosa del sesso e i lati più oscuri delle relazioni, che è in grado di inventarsi un genere letterario completamente ibrido (l’inconcepibile didascalica erotica), espressa in distici elegiaci e irrispettosa delle due sue radici (cioè la poesia didascalica e l’elegia).

Nella prima poesia del primo libro degli Amores (Am. I 1) Publio Ovidio Nasone giuoca, conta, scherza, numera, inventa e scrive. Leggiamo ora questa traduzione italiana di parole di oltre 2000 anni fa e rafforziamo, per comprendere ragionamento, esempi e messaggio, la nostra, talvolta volubile concentrazione:

1 Mi preparavo a narrare in un metro solenne

le armi e le guerre violente, argomento adatto al ritmo;

il verso di sotto era uguale al primo, 

ma si dice che Amore rise e gli tolse un piede. 

5 “Chi ti ha dato diritti sui versi, ragazzo insolente? 

I poeti appartengono alle Muse, non son 

il tuo codazzo. E se Venere allora strappasse le armi alla

[bionda Minerva, 

e la bionda Minerva a sua volta agitasse le fiaccole? 

Chi approverebbe che Cerere regni sui boschi selvosi, 

10 e i campi si coltivino con la legge della vergine arciera? 

Chi armerebbe di punte aguzze Febo dai bei capelli, 

mentre Marte suona la lira beotica? 

Tu hai molto, ragazzo, un regno anche troppo potente: 

perché aspiri ambiziosamente a una nuova impresa? 

15 Forse il tuo è ovunque? È tua la valle dell’Elicona? 

E a stento ormai Febo mantiene la sua cetra? 

Quando la pagina nuova si è ben elevata sul primo verso, 

il successivo allenta la mia ispirazione, 

e non ho materia adatta ai ritmi più blandi, 

20 né ragazzo, né ragazza coi capelli lunghi e ben

 [pettinati”. 

Dopo il mio lamento, subito quello aprì la faretra, 

scelse frecce adatte per la mia rovina, 

piegò con forza su un suo ginocchio l’arco ricurvo, 

e disse: “Prendi, poeta, quello che devi cantare!”. 

25 Povero me; il ragazzo aveva frecce infallibili: 

brucio, e Amore regna nel mio petto vuoto. 

Il mio canto s’innalzi su sei piedi, e si riabbassi 

poi su cinque; addio, ferree guerre, coi vostri ritmi! 

Cingi le tempie bionde col mirto del lido, 

30 Musa, che devo esprimere in undici piedi.

(https://online.scuola.zanichelli.it/perutelliletteratura/files/2010/04/traduzioni_ovidio_t1.pdf [i grassetti però sono miei])

Ovidio giuoca coi suoi lettori ed inizia il giuoco dal dato metrico: avrebbe voluto scrivere un poema epico in esametri ma Amore, che conosce il poeta, gli sorride, gli borseggia un piede dal secondo verso e forza la sua composizione in un distico elegiaco. A questo punto Ovidio non può più comporre un poema epico perché quel dispettoso di Cupido gli ha modificato il contesto poetico, cambiandogli la metrica (su due versi il povero Nasone si trova undici piedi anziché dodici!), ed è costretto a rivolgersi verso argomenti erotici, pur non conoscendo ancora la ragazza oggetto del suo amore e delle sue prossime poesie. Incredibile! Corinna non compare in questa prima elegia (non esiste ancora, nella finzione?) ma compare una metaletteraria trattazione in forma favolistica e favolosa sulla metrica. Non c’è ancora l’oggetto dell’amore e della poesia (da cui dovrebbe derivare l’ispirazione, secondo una certa tradizione, a cui siamo affezionati) ma c’è già il distico elegiaco in 11 unità di misure, in 11 μέτρα. 

La metrica è più importante dell’amore, finanche per il poeta più erotico di tutti? O forse di importante c’è solo il lusus, il giuoco, che ciascuno di Noi declina come meglio crede?

Non lo so ma uno dei possibili sughi di questa storia è che, per quanto possa essere seria ed ardimentosa l’impresa, in cui ci cimentiamo, dobbiamo farlo divertendoci.

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