Scienza e pace

di Riccardo Capanna

Foto G1

«Gli scienziati non lavorino per fare armi, ma usino la loro debole voce per provare a spingere l’umanità verso la ragionevolezza»: così il fisico Carlo Rovelli ricorda, in un’intervista a L’Arena, che se è possibile fare guerre è soltanto grazie alle sempre più devastanti armi prodotte grazie alla scienza; infatti, gli scienziati di tutto il mondo, che conoscono e studiano il funzionamento di esse, da tempo si battono contro il loro uso e contro la «guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», come recita l’art. 11 della nostra Costituzione.  

I primi dibattiti sul ruolo della scienza in guerra e, conseguentemente, nella pace sorsero a seguito del progetto Manhattan, grazie a cui nacque la bomba atomica (A) scagliata in due località giapponesi, dapprima una all’uranio su Hiroshima il 6 e poi una al plutonio su Nagasaki il 9 luglio 1945, causando più di 200 mila vittime. Le prime critiche al progetto furono mosse da alcuni degli studiosi che presero parte a esso, tra cui il direttore scientifico Robert Oppenheimer e il fisico italiano Enrico Fermi. Entrambi si opposero non soltanto all’uso della bomba su Nagasaki, considerato “inutile” dal momento che già Hiroshima era stata una dimostrazione di forza, ma anche alla creazione di una bomba termonucleare all’idrogeno (H) più potente persino dell’atomica. In particolare, il primo fu scosso a tal punto dalla sua invenzione da impiegare il resto della sua vita, sino al 1967, in una feroce campagna contro la bomba atomica, materia al centro del recente film diretto da Christopher Nolan Oppenheimersulla biografia del fisico, il quale è interpretato da Clian Murphy. Oppenheimer si batté per creare un organo internazionale di controllo sulla proliferazione delle armi atomiche, causa dell’accusa di favoreggiamento dell’URSS mossa dal senatore repubblicano Joseph McCarthy, e nel 1955 pubblicò The Open Mind (trad. it. Quando il futuro sarà storia, UTET, 2023), un piccolo volume che raccoglie otto discorsi nei quali è affrontato, nei primi quattro, il problema delle armi atomiche; il quarto di essi, Le armi atomiche e la politica americana, riguarda le politiche di armamento degli anni ‘50, la «corsa agli armamenti», che vedeva il progresso scientifico - relativo alla creazione di nuove armi, ma anche ad altri ambiti, come la corsa  allo spazio - una delle sfide tra USA e URSS durante la Guerra fredda. Il secondo Paese, tecnologicamente inferiore al primo che aveva creato le bombe A (1945) e H (1952), cercava di raggiungere il livello statunitense (l’Unione Sovietica ottenne infatti l’A nel 1949 e l’H nel 1953), ma gli Stati Uniti nel frattempo crescevano a loro volta. E quindi si fabbricavano sempre più armi, sempre più bombe. 

In questo contesto, una delle più grandi voci della scienza per il movimento pacifista e antinucleare fu Albert Einstein. Il fisico definì, alcuni anni prima della Seconda guerra mondiale, la relazione tra la massa e l’energia con la sua famosa equazione E = mc², che aprì la strada allo studio dell’atomo e dunque all’invenzione nata dal progetto Manhattan, che contribuì a formare: infatti, nel 1939 scrisse, assieme a Leo Szilárd e altri fisici, una lettera al presidente americano Franklin D. Roosevelt sul pericolo che Hitler potesse ottenere una specie di bomba atomica, esortando quindi il capo di Stato a fare qualcosa e innescando la formazione del progetto; tuttavia, il suo diretto coinvolgimento in esso fu limitato, poiché l’FBI lo bollò come socialista. Il suo pensiero cambiò radicalmente dopo la fine della guerra, quando i rimorsi per le conseguenze del lancio dell’atomica ebbero la meglio sul pericolo che i nazisti, ormai sconfitti, potessero averne una; si sentiva un «distruttore di mondi», e si vergognava di essere definito il «padre dell’era atomica», preferendo la definizione di «pacifista»: «Non basta essere pacifisti,», diceva, «bisogna essere pacifisti militanti».  

Così, nel 1955, pochi mesi prima della sua morte, decise di lasciare a Bertrand Russell uno scritto definito il suo «testamento spirituale», in cui invitava «i governi di tutto il mondo (…) a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse tra loro». Auspicava che gli scienziati riconoscessero il pericolo delle nuove armi e trovassero soluzioni per contrastarlo, lasciando da parte ogni conflitto, prima di tutti «la lotta titanica tra il comunismo e l’anticomunismo». Avvertiva l’umanità del fatto che, in caso di guerra atomica, non sarebbe emersa la vittoria di nessuna delle due parti, perché le bombe termonucleari e atomiche sono in grado di distruggere più che intere città: «dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra?». Non basta un’abolizione delle armi nucleari, perché esistono altri strumenti per scatenare guerre e in condizione di belligeranza questi divieti non sarebbero considerati validi, ma «ogni accordo fra Est e Ovest», cioè tra URSS e USA, sarebbe da considerare «vantaggioso in quanto tende a diminuire la tensione internazionale» e ridurre gli armamenti, per favorire la collaborazione anziché la continua preparazione di uno scontro. Lo scienziato concludeva così: «noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale». 

Ad oggi, con dozzine di guerre nel mondo di cui due a rischio nucleare - in Medio Oriente e in Ucraina -, un dibattito sulla potenzialità della scienza è più che mai fondamentale: nessuno infatti ricorda che possediamo 15 mila bombe atomiche, ma ne basterebbero soltanto cinquecento -di termonucleari ancora meno -per causare la nostra estinzione. Come ricorda ancora una volta Albert Einstein, «la guerra non può essere modificata, deve essere abolita».