Povere Creature: che genere di creature siamo?

di Giulia Cundari

articolo f1 cultura

Povere creature ci ha fatti uscire dalla sala tutti attoniti, tra scene definibili volgari, colori sgargianti, città sleampunk e quellinsolita protagonista che non ci esce più dalla testa, Bella Baxter.  

Il film parla di crescita -alcuni hanno parlato di emancipazione- ma lo fa in modo insolito, direi più che singolare. 

Perché in generale crescita è sinonimo di maturità, di consapevolezza tanto di sé quanto del mondo; crescita è emancipazione, è presa di posizione, è talvolta cambiamento. E invece Bella non cresce per diventare donna, non lo fa per emanciparsi con un sentimento di riscatto nei confronti delluomo e, in generale, non vuole diventare adulta. Certo, questa lettura classica e forse banale non è sbagliata. Ma qui, mi duole dirvi, non si parlerà di questo. Di donne e di emancipazione, come di crescita e maturazione, se ne parla ovunque. Lobiettivo, in questo caso, è mostrare una prospettiva inconsueta della pellicola, che tanto sta facendo parlare di sé, che tanti stanno commentando: tra chi dice che è un film femminista e chi invece lo condanna, additandolo come fatto da un uomo! E si vede! Perché quando si parla di protagoniste donne diventa sempre una lotta, una sfida.  

Però bisogna dimenticarsi, per un momento, giusto il tempo di leggere, la femminilità di Bella. Non analizziamo la storia di Bella come donna e basta, ma di Bella come essere umano e poi, solo dopo, come donna.  

 articolo f2 cultura

Da principio conosciamo la nostra protagonista come un esperimento: Godwin, il creatore e figura paterna di Bella, ha impiantato nel suo cranio il cervello del bambino che lei teneva in grembo. Parliamo quindi di un personaggio grottesco, stridente, una donna adulta con il cervello di un infante. 

E la storia racconta della crescita di Bella. Della conoscenza che lei fa del mondo, tramite il piacere. È infatti tramite lautoerotismo prima, e il sesso poi, che Bella scopre se stessa e il mondo che la circonda. La visione forse è  disgustosa: dandosi piacere Bella cresce, da bambina diventa adolescente, da esperimento anormale a donna vera e propria. Bene, fin qui, tutto lineare. Ma se osassimo un po? E se provassimo a dire che tutto ciò non è affatto positivo? E se anzi dicessimo anche che è il film stesso, in quegli ultimi minuti tanto pesanti, per molti di troppo, che ce lo fa capire, o meglio, che ce lo dice apertamente?  

 

Inizialmente conosciamo una protagonista fuori dal comune, un esperimento privo di qualsiasi conoscenza e consapevolezza. Una protagonista che è se stessa, e lo è realmente, senza inibizioni, senza mezzi termini, perché lei ancora non ha avuto il piacere di scontrarsi con il mostro che noi chiamiamo società. Il suo motore immobile è unicamente linappagabile curiosità intrinseca che è in ognuno di noi. E per cercare di colmarla Bella farà di tutto, anche cose sconvenienti, cose che fanno vergognare, azioni che, mentre le guardi sul grande schermo, ti fanno abbassare lo sguardo, ti colorano le guance. Limbarazzo ti preme nel petto quando la guardi, quando hai lonore di osservare la sua libertà. Bella è una donna in un Europa vittoriana, quanto mai maschilista, eppure è immensamente più privilegiata dei personaggi maschili: ha il privilegio, inizialmente, di essere libera. Bella era esperimento, era idea, era pensiero di pensiero: un essere indefinito che pensava solo a sé, ignorando il resto. Ma poi, sfortunatamente, Bella comincia a crescere. E crescendo certe cose capisce che non si dicono più, e certe cose mica le può fare, è sconveniente, e poi capisce che ci sono delle cose giuste e delle cose sbagliate, perché è cosi e basta. Bella cresce ma questa è la cosa peggiore che potesse capitarle: la sua figura si desublima la sua figura fino a farla diventare normale, comune. Diventa una donna accettata dalla società, ma rimane solo quello: di se stessa ha perso tutta la curiosità, tutta la libertà, tutto. Ormai capisce, conosce, sa. Ma tutto questo sapere ha ucciso il suo piacere, cioè quellelemento che la spingeva ad essere, ad esistere. Come può essere positivo perdere se stessi per essere accettati? Come possiamo credere che sia giusto annientare il nostro piacere per un sapere che in realtà neanche capiamo? Perché, in nome dello una integrazione piena nella comunità, perdiamo noi stessi, finendo inevitabilmente per essere soli?  

Bella diventa donna e, paradossalmente, muore. Il titolo del film ora ha un altro gusto, più amaro, più sentito: non siamo altro che povere creature, destinate a non esistere in nome della società, delle imposizioni, delle regole. Soggetti a continue limitazioni, obbligati ad imparare a memoria definizioni, e a non capire, dobbiamo soltanto funzionare. Nasciamo stelle e moriamo ingranaggi, un destino triste, quello di noi esseri umani. E come macchina non funziona neanche bene lumanità: c’è la momentanea allegria, lautorealizzazione, lo stare insieme, ma la solitudine dellanima che noi abbiamo lasciato sola nella sua spaventosa autoconsapevolezza è insopportabile, è soverchiante. 

 

Ma Bella non è come noi. Lei ha il coraggio di sfidare, di provocare: dopo la morte c’è la vita, la rinascita. Torna sulla terra nella forma di Dio. Nella sua forma iniziale di pensiero di pensiero. Non ha più bisogno della società, perché la sua figura paterna, Godwin, chiamato affettuosamente God e non a caso, è morto: in quella che si può definire una coazione a ripetere, Bella prende il posto del padre. Diventa lei Frankenstein, lo scienziato che fa esperimenti sulle persone e sugli animali, andando contro la morale comune, prendendo le distanze dalla società. Compie i mali che prima criticava, da cui era ossessionata. E grazie a ciò, si libera da questi: capisce che il male esiste, che è intrinseco in ognuno di noi, che nel mondo c’è sempre chi morirà di fame e di malattia e chi mangerà fino a vomitare. Unammissione dolorosa, tanto per Bella quanto per noi. Dacché ripudiava il capitalismo e lo sfruttamento, diventa lei stessa capo di un microsistema capitalista, ove lei è al comando e sfrutta, in modi diversi, quelle povere creature al servizio di un Dio che dovrebbe colmare una mancanza che è solo in loro stessi.  

Bella, come un moderno Adamo, cerca di prendere il posto di Dio. Sbaglia, e cercando di arrivare a Dio finisce per cadere disastrosamente sulla terra: Bella è umana, è cattiva, è vendicativa prova gelosia e invidia.  

E la scena finale si chiude con Bella, il dio blasfemo che, nel suo paradiso personale, sorseggia un martini mentre sorride e ci guarda. È chiaro, ci sta ammonendo con scherno: voi pensate di essere diversi? O non siete, anche voi, solo delle Povere Creature?