Perché non siamo epicurei

di  Luca Gragnoli

Una “nastrina”. Uno “schiaccianoci”. Un “cioccograno”. Una “rigata”. Una “macina”.

mulinobianco

Antonio Banderas, per anni portavoce delle tesi mulinobianchiste

I più eruditi tra voi avranno già capito di cosa sto parlando: del Mulino Bianco. Perché? Perché è il fondatore di una delle più importanti filosofie degli ultimi anni. È una tesi audace, ma se vi liberate da ogni pregiudizio e seguite il discorso fino alla fine, ne capirete il motivo.

I biscotti menzionati sono quelli presenti in una recente pubblicità della famosa marca italiana di prodotti da forno che termina con un invito: “Ritrova ogni giorno la tua felicità. Inizia a colazione”. 
La stessa felicità è presente anche nello slogan dell’azienda: “Cerca la tua felicità”. Inoltre, ancora più recentemente, il celebre comico italiano Frank Matano ha presentato, dopo aver spiegato che il morso lo diamo noi al panino e non viceversa, il “morso di felicità”, un sandwich con salame, provola e broccoli. Insomma, la massima preoccupazione di questa impresa è la nostra felicità, raggiungibile mediante un’etica semplice: mangiare i suoi prodotti. Ora, sebbene non sia stata diffusa nessuna metafisica che ne giustifichi la validità, questo non vuol dire che non sia una filosofia. Difatti, lo stesso epicureismo (a cui nessuno si permetterebbe di non riconoscere lo status filosofico che gli spetta di diritto) era sì basato su una dottrina metafisica, ma questa era preclusa alla maggior parte dei frequentatori del Giardino, ed era dunque limitata a pochi esperti (Epicuro stesso, Metrodoro, Idomeneo, Colote, ecc.). E le analogie con l’epicureismo non si limitano qui.

Innanzitutto, l’una come l’altra si propongono come scopo della ricerca filosofica il raggiungimento della felicità, come, d’altronde, qualsiasi delle cosiddette filosofie “ellenistiche” (così indicate perché diffusesi durante l’età ellenistica, dalla morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. fino alla battaglia di Azio del 31 a.C.). Inoltre, epicureismo e mulinobianchismo (il nome è ancora estremamente controverso) partono dallo stesso presupposto: tutto è materia, atomica per gli uni, lievitabile per gli altri. Ma c’è di più. Anche sotto l’aspetto comunicativo le due scuole di pensiero adottano lo stesso modus operandi, costituito essenzialmente da formule corte e facilmente memorizzabili per la grande (e, diciamolo pure, un po’ rozza) massa di adepti. Insomma, poco importa, o forse anche meglio, se i più non ne capiscono il perché, l’importante è che pratichino (o meglio, che amino!) la filosofia che gli viene indicata. Come fare, vi chiederete. Facile! Non con la metafisica, e nemmeno con la scienza, ma con la suggestione e la ripetizione. Ecco perché epicurei e mulinobianchisti sembrano allo stesso tempo ripetitivi e convincenti. Da un lato, gli ingredienti del “tetrafarmaco” sono: “non temere dio; non ti preoccupare della morte; ciò che buono è facile da ottenere; ciò che è doloroso è facilmente sopportabile”. Dall’altro, la ricetta del mulinobianchismo è quasi tautologica, poiché è, grosso modo, la seguente: la felicità c’est moi! Queste poche semplici verità vengono assorbite dalla brava gente quando riproposte in versi magniloquenti come quelli di Lucrezio o in pubblicità narrative come quelle di Matano.

Qualcuno a questo punto potrebbe aver riconosciuto un’altra analogia, cioè l’edonismo, termine derivato dal greco hedoné, “piacere”, che, nel linguaggio filosofico, designa qualsiasi dottrina che stabilisca un’uguaglianza assoluta tra piacere e felicità. Tuttavia, edonistico in senso proprio è solamente il mulinobianchismo, mentre l’epicureismo non lo è affatto, contrariamente a quanto varie interpretazioni viziate hanno sostenuto (si pensi a San Girolamo o a Dante). Per capire meglio questa differenza, introduciamo un altro personaggio: Aristippe di Cirene (V secolo a.C.), filosofo socratico fondatore della scuola cirenaica. Per quest’ultimo, il piacere consisteva nella ricerca attiva di una sensazione positiva, come dare un morso a un biscotto. A questo piacere cosiddetto “dinamico” o “in movimento” Epicuro opponeva un piacere catastematico, definito negativamente come assenza di dolore nel corpo (a-ponia) e di turbamento nell’animo (a-tarassia), risultato di un razionalissimo “calcolo dei piaceri”. Quindi, è ovvio che il mulinobianchismo è debitore più alla prima scuola filosofica che non alla seconda. Eppure, ciò non significa che non presenti elementi di originalità.

Tra le innovazioni più significative in ambito filosofico, figlie, come fu per l’epicureismo o lo scetticismo, del loro tempo, che è poi il nostro, ricordiamo l’investimento sulla quantità più che sulla qualità (38 tipi di biscotti, 10 di fette biscottate, 8 di cornetti, ecc.) e la ricerca del piacere in prodotti commerciali. Non sono, infatti, che due sintomi di quello che oggi viene chiamato “consumismo”, altra dottrina filosofica tanto ampia quanto quella di “esistenzialismo”. L’idea che in un biscotto, in un paio di scarpe, in una macchina o in una casa sia contenuta la felicità avrebbe perlomeno causato l’ilarità di Epicuro e, probabilmente, anche di Aristippe. Non a caso, questo complicatissimo fenomeno socioeconomico viene spesso indicato ora come causa ora come prodotto del nostro modo di vivere, che è in ogni caso ben lontano da quella tradizione di “intellettualismo etico” che da Socrate ad Epicuro, passando per Platone e Aristotele, aveva innalzato la ragione a guida delle scelte etiche. A questa posizione la nostra “evoluta” società oppone un’etica dell’irrazionalità, materialistica, edonistica e, soprattutto, non-epicurea.