Oltre il velo del sorriso: la verità nel sintomo

di Matilda Bonanotte e Federica Nordio

Autolesionismo oggi: domanda d’aiuto, strategia difensiva o puro atto in sé? Laddove non arriva la parola, subentra il corpo

disagio giovanile

Interrogarsi sul disagio giovanile oggi significa affrontare il tema dell’autolesionismo e il modo con cui gli adolescenti sentono e immaginano il dolore sul proprio corpo. Gettare uno sguardo sensibile su tutte quelle pratiche diffuse ma spesso ignorate è necessario tanto per i giovani che per gli adulti.
Il Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali (DSM-V) riferisce che queste pratiche, generalmente, si manifestano per la prima volta nell’infanzia e nell’adolescenza. Un’analisi del 2019 evidenzia che in Europa il fenomeno coinvolge il 18,4% dei ragazzi, ma i dati ufficiali sono vecchi e raccolti prima della pandemia, dopo la quale la percentuale sarebbe cresciuta a dismisura: infatti la percentuale, secondo gli studi, ha raggiunto il 25%. Emerge inoltre che ad essere cioinvolti non sono solo gli adolescenti ma anchei cosiddetti giovani-adulti, quelli tra i 18 e i 25 anni e, a causa del prolungarsi del periodo universitario e il conseguente ritardo nel mondo del lavoro, la fascia d’età interessata può spostarsi fino ai 35 anni. Il DMS-V riferisce inoltre che questa patologia può essere a sua volta divisa in due categorie diagnostiche: “autolesionismo suicidario” e “autolesionismo non suicidario”. Questa seconda forma, in particolare, è una manifestazione di sofferenza interiore, o anche un modo distorto di gestire emozioni intense, e si manifesta attraverso lesioni superficiali che provocano dolore; il fine ultimo però non è la morte. Gli esempi più comuni includono pratiche come il Cutting, tagliarsi con un oggetto affilato; il Burning, provocarsi bruciature o ustioni; il Branding, marchiarsi con oggetti roventi.
Dai dati raccolti da un questionario digitale anonimo condotto nei mesi di novembre e dicembre e rivolto a tutte le classi del Mameli, dunque a studenti di età compresa tra i 13 e 19 anni, è apparso che la maggior parte degli studenti non conosce approfonditamente questo argomento e l’87,7% di questi vorrebbe che se ne parlasse di più nelle scuole (i risultati del questionario sono riportati nell’infografica realizzata da A. Daniele e L. Giannini.
Infatti la disinformazione regna sovrana: solo il 9,6 % degli studenti è informato; forse perché se ne parla poco in casa o in televisione? Ma la vera domanda è: “Perché non se ne parla?” La risposta sembrerebbe ovvia: finché una persona non viene toccata in qualche modo dal fenomeno non se ne occupa, per disinteresse o magari per paura di “non trovare le parole giuste”: viviamo in un'era piena di tabù culturali che ostacolano la discussione. Bisognerebbe cercare meno scuse e trovare la strada giusta per una comunicazione efficace che aiuti i giovani e non li tenga all’oscuro.
Qual è la causa che genera questo disagio? L’87,7% dei ragazzi reputa la famiglia una delle cause principali di questo malessere. Una delle possibili spiegazioni è che  molti degli adolescenti si sentono continuamente giudicati dai propri genitori e provano una forte condizione di disagio nell'affrontare problemi di ogni genere, allontanandosi dalla famiglia per la costante paura del giudizio. Per gli adolescenti è fondamentale il giudizio dei genitori e nel momento in cui questo viene percepito come negativo, può portare a seri problemi di autostima con conseguenti atti estremi.
Nonostante ciò il 54,8 % degli studenti afferma che avrebbe piacere a raccontare il proprio disagio ai familiari, amici, fidanzati o professori, mentre il 45,2% avrebbe timore di chiedere aiuto per la vergogna e i sensi di colpa generati dopo aver praticato questi atti. Il 93,8% dichiara che l’autolesionismo è la rappresentazione sul corpo di un disagio psichico e spesso viene praticato per riprendere contatto con la realtà e quindi per uscire da una condizione di profondo vuoto.
Quindi cosa bisognerebbe fare? Innanzitutto informarsi adeguatamente prima di parlarne, leggendo più articoli, libri o giornali su questo argomento e, visto che ci troviamo in un mondo ormai così tecnologicamente avanzato, attingendo a notizie affidabili da internet. Attenzione però ai social media, che possono addirittura creare un effetto negativo sulle persone fragili che spesso si lasciano condizionare e vengono trascinate in un tunnel dal quale è difficile uscire.
Sarebbe utile inoltre, imparare ad ascoltare le persone senza giudicarle e mostrare una certa empatia; non colpevolizzarle per ciò che fanno e spingerle a rivolgersi ad un professionista. Molto spesso questa non è la strada intrapresa, non è così semplice e scontato; il 71,9% dei ragazzi ha conosciuto persone che hanno praticato o praticano tutt’oggi atti di autolesionismo, ma solo il 46,2% di loro è riuscito ad intervenire.
La richiesta d'aiuto non è la dimostrazione della propria debolezza ma il primo grande passo verso la guarigione.
Ma quindi qual è il modo migliore di intervenire? Assumere una buona dose di coraggio e provare a diventare il punto di riferimento di colui o colei che si trova in difficoltà. La soluzione è non fermarsi davanti alle apparenze, ma scavare fino in fondo e scalfire il dolore.