Mi presento, sono Alberto

di Francesca Lucaroni

Immagine 1

Mi chiamo Alberto Aistano e la scienza è la mia vita. Non ho bisogno di nient’altro. 

Inizio la mia quotidiana rotazione intorno all’asse stesso della Terra dopo aver completato le mie otto ore di periodica sospensione dello stato di coscienza. Passo allo stato di veglia e i miei bulbi oculari intercettano l’energia radiante emessa dal Sole che filtra dalla mia finestra. Non esiste un buon giorno o un cattivo giorno per la scienza; quindi, mi muovo dalla posizione supina a quella eretta senza indugio, mi concedo solo di valutare il tempo atmosferico sul mio balcone. Se la sera prima c’è stato un tramonto rosso, non spero di godere di una giornata soleggiata, annoto solo la temperatura in gradi Centigradi per compilare l’istogramma mensile affisso sul letto. Non ho animali domestici, ad eccezione di un’aloe vera di quattro anni, io non desidero zoonosi, non voglio portare nessuno a passeggiare, devo solamente spostare la mia massa dalla camera da letto al bagno. Il pasto più importante della giornata lo consumo mangiando cereali, latte vegetale (il mio organismo rifiuta cocciutamente il lattosio) e pomacee di vario genere. Cammino per casa per dare inizio al processo chimico e meccanico della digestione e poi mi occupo della mia igiene orale. Mentre mi preparo ascolto della musica, ma non mi faccio coinvolgere più di tanto: la necessità prettamente adolescenziale di avere i padiglioni auricolari continuamente assediati da tormentose onde sonore non mi riguarda, io studio i rapporti frazionari che la regolano. Tasto alla cieca nel mio armadio, che ogni mattina mi fa provare il brivido di trovarmi davanti ad un buco nero, e indosso il camice da laboratorio, avvio la lavatrice e rimango un po’ ad osservare l’azione della forza centrifuga, per poi avviarmi fuori di casa. Nonostante siano di dominio esclusivo delle colonie batteriche, scelgo di prendere mezzi di spostamento pubblici, al posto del mio personale autoveicolo. Non per intrattenere fastidiose relazioni interpersonali dispendiose di tempo, no, non sia mai, per carità, ma perché è più facile imbattersi in fenomeni da esaminare, rispetto a quando sono solo nel mio abitacolo. E poi sì, ecco, suscita il mio interesse anche studiare il comportamento abituale delle persone, tutto qua, niente di più. Se nulla cattura la mia attenzione, mi sottopongo problemi sui vettori ispirandomi alla traiettoria vettoriale del veicolo, ma mi annoiano presto. Preferisco le scienze naturali, l’ho sempre detto al mio professore, che in realtà mi suggeriva di andare a fare lo scrittore, il giornalista o il politico perché ho una buona parlantina, ma io risposi che casomai avrei scritto saggi scientifici, perché la scienza è la mia vita e non ho bisogno di nient’altro. Per raggiungere il laboratorio, scelgo sempre l’itinerario più lungo attraverso il parco affinché i miei alveoli polmonari non siano contaminati dalle polveri sottili. Mi piace osservare a fondo il mondo che mi circonda, è di mio interesse tutto ciò che produce energia cinetica o si trova in stato di quiete, ogni cosa suscita in me una domanda, ho iniziato durante la fase puerile dei “perché” e non ho più smesso. Il mio incessante interrogarmi tiene la mia mente sempre occupata, attiva e razionale, non ho tempo per nient’altro. Il movimento attiva il mio apparato cardiovascolare e ad una velocità di 8 km/h (cammino a passo spedito) entro nell’edificio in cui lavoro, dove incontro alcuni miei colleghi, piccola falla nella selezione naturale, ne ho segnato i nomi sul frontespizio di “L'origine delle specie”. Se il laboratorio fosse un regno, io sarei il re, sarebbe una monarchia assoluta, i miei colleghi sarebbero la nobiltà alla mia corte, io governerei su tutte le provette, tutte le piastre di colture cellulari e tutti i becher in polipropilene. Se non per diritto divino, mi spetta il trono almeno per i meriti, sono l’unico che non perde nemmeno un minuto di tempo alla pausa pranzo, preferisco non intrattenermi con gli altri alla mensa, non che poi mi interessi granché e lavoro incessantemente fino alle otto, talvolta le nove di sera. C’è chi scappa dai figli a casa, chi dai propri fidanzati, soprattutto tra i più giovani, chi deve andare a cena fuori, chi a bivaccare davanti alla televisione e chi infine deve correre (questo mi dà molta soddisfazione) a dare da mangiare ai cani. Io posso rimanere indisturbato a sperimentare con le mani nei miei guanti in lattice fino a che, come si suol dire (mi tremano le vene nei polsi) il Sole non sia “calato dietro l’orizzonte”. Poi mi dirigo verso casa e a volte durante il percorso mi assalgono dubbi strani. Perché la notte, senza l’energia elettromagnetica luminosa che entra nei nostri occhi ed agisce sui fotorecettori posti sulla retina, ogni cosa da studiare scompare, anche l’autobus è vuoto di fenomeni e rimango un po’ troppo solo, senza le mie domande a farmi compagnia. Me ne vengono in mente altre, più strane, che non mi fanno venire voglia di approfondire e ricercare, vorrei scacciarle, come le ipotesi complottiste sull’allunaggio: “E se davvero fosse stato solo un colossal americano? No, ma che sto dicendo, vado a dormire”. Queste invece persistono di più, almeno fino a che non arrivo a casa e accendo la luce, perché nemmeno quella dei lampioni per strada è sufficiente a farle cessare. E quello che mi chiedo è che cosa succederebbe se io smettessi di interrogarmi, che gusto assumerebbe la mia vita se anch’io ogni tanto facessi qualcosa spontaneamente senza prima averla analizzata ed esplorata a fondo. Se forse non sono così incoscienti tutti quanti, così disinteressati e superficiali, se forse sono solo più forti di me a convivere con l’ignoto, se hanno già accettato di non poter sapere tutto. Forse in verità non voglio sapere tutto, voglio solo ignorare che ruolo io abbia in questo grande meccanismo. Mi allontano e mi astraggo, dietro alla lente di un microscopio e viviseziono tutto il contorno, che per fortuna è infinito, per non arrivare a puntare l’obiettivo su me stesso. A volte mi viene addirittura da pensare che forse forse vorrei anch’io un gatto, rabbia, tigna e tenia considerata, e magari anche fermarmi a mensa una mezzoretta in più a parlare della ricetta che ho provato nel finesettimana e addirittura, talvolta, vorrei anche dover lasciare il laboratorio di corsa per raggiungere qualcosa a casa. Conosco a memoria tutte le reazioni più esplosive, le pozioni più gorgoglianti, gli effetti scoppiettanti dell’adrenalina, dell’ossitocina e della dopamina nel nostro corpo e a volte vorrei essere anch’io un esperimento effervescente e smettere di osservare algido le reazioni chimiche altrui, ma per fortuna arrivo a casa, accendo la luce ed ecco mille mila interrogativi confortanti da risolvere davanti a me. È quasi finita la rotazione sull’asse stesso della Terra, è ora di andare a dormire, ma una sera di queste mi perderò fra i lampioni della via di casa e sotto quella luce fioca, ascolterò finalmente le uniche domande, insieme a quelle complottistiche sull’avventura di Neil Armstrong, che ho mai lasciato senza risposta nella mia vita.

immagine 2