Dante tra scientia e sapientia 

 di  Giulia Cundari

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In un saggio del 1967, Italo Calvino ipotizzava per la letteratura una necessaria partita a tre con scienza e filosofia, un ménage à trois attraverso cui le varie discipline e le varie modalità conoscitive si confrontassero, mettendosi in discussione a vicenda. 

E Calvino ha colpito là dove fa più male: la rivoluzione industriale e la repentina evoluzione della tecnologia hanno portato luomo a preferire un sapere specializzato e unico. Dunque, se da una parte conosciamo con puntualità quello che ci compete, dallaltra tendiamo a dimenticare lesistenza del resto. La separazione del sapere, in particolare tra le materie scientifiche e quelle umanistiche, è infatti uno dei più grandi problemi della nostra società. Si tende a fare il tifo, a parteggiare in toto per una delle due, cercando di dimostrare alla squadra avversaria quanto luna sia meglio, più utile o più difficile dellaltra.   

Siamo obbligati a fare una scelta, e noi studenti del liceo classico abbiamo fatto quella sbagliata. Il liceo per eccellenza delle materie umanistiche, cioè che riguardano lessere umano, sembra essere ormai privo di utilità. In una società che rincorre lutile appare dunque una scelta quanto mai contro producente quella del classico, cioè della storia, del latino, del greco e della letteratura. 

A cosa serve oggi, nellera della tecnologia e dunque della scienza, studiare la letteratura? La risposta più comune è “a niente. E se invece paradossalmente la letteratura servisse anche a spiegare le scienze? Se avesse la capacità di comunicare, come fece Calvino con unarguta similitudine, quanto sia necessaria lunità del sapere?   

 

A conferma di quanto detto non si può che portare allattenzione il sommo poeta, padre della lingua e della cultura italiana: Dante Alighieri.   

Quel che molti dimenticano è che Dante non fu solo sommo poeta, ma anche sommo scienziato: un uomo sì di cultura ma anche di scienza. Dante era un fine e accanito studioso: ad oggi diremmo che aveva il piede in due scarpe, invece non era altro, comera comune allepoca, che un amante del sapere nella sua totalità.   

Nel Medioevo, quando Dante scrive, vige, prima inter pares, lautorità di Aristotele. E Dante apre il Convivio, in cui si offre di distribuire pane e vivande (scienza e poesia), con un richiamo esplicito alla sua Metafisica: «Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere». 

Conoscere è un bisogno naturale delluomo, secondo la norma aristotelica: la realizzazione di un impulso psichico proprio del genere umano, meccanico, naturale e impersonale. 

E il sommo poeta indica anche i motivi che spingono lo Stagirita a proporre la centralità della conoscenza nella vita delluomo: la tensione verso la perfezione che hanno tutte le cose. «La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta, è inclinabile a la sua propria perfezione».   

E per luomo la perfezione è la conoscenza del mondo, cioè la scienza. La scienza, dunque, come causa finale della ragione. Non solo. Luomo che raggiunge la verità attraverso la scienza, raggiunge anche la felicità: «Onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subiteti».    

 

Dante scrive ilConvivio probabilmente tra il 1304 e il 1307. Compone solo i primi quattro trattati dei quindici inizialmente previsti. Nella sua incompiutezza però lopera rimane, usando le parole di Cesare Vasoli, «unordinata e organica raccolta di nozioni dottrinali di metafisica, teologia, fisica, geografia». 

IlConviviosi può considerare come elemento fecondatore di una riflessione alla quale Dante darà definitivo suggello nella Divina Commedia, la cui stesura lo costringerà ad interrompere il trattato. 

 

È utile ricordare che la Commedia non è solo uno dei poemi più straordinari che siano mai stati scritti al mondo, ma è anche lopera scientifica principale di Dante. E non solo perché è una summa del sapere medievale, con riferimenti a tutte le scienze conosciute, ma anche perché il poeta vi espone la sua imago mundi e studia lintreccio fine tra poesia, scienza e filosofia. 

A ben vedere, la Commedia è la storia di un viaggio dalla Terra al Cielo, verso la sapientia attraverso la scientia. Dante nel suo cammino descrive con maniacale cura i dettagli fisici, astronomici e matematici che lo circondano e che, è bene ricordare, circondano anche noi. Il suo fine ultimo è certo quello etico di «allontanare gli uomini in questa vita dallo stato di miseria e guidarli a uno stato di felicità». E la scienza, attraverso il ménage a trois con la filosofia e la poesia, entra a pieno titolo e da protagonista assoluta in questo progetto. 

 

Fatte le giuste premesse, non ci resta che vestire i panni di Sancho Panza, e seguire dunque il nostro Don Chisciotte mentre canta le sue poetiche follie: vivere il sogno impossibile, combattere il nemico imbattibile, sopportare il dolore insopportabile, correggere lerrore incorreggibile, raggiungere le stelle irraggiungibili. Sforziamoci di capirlo attraverso il caleidoscopio di immagini che sconvolgono tuttora: Dante rende lo stile non il fine, ma il mezzo con cui far conoscere, con cui insegnare. La scelta del volgare, dunque, non deve sorprenderci. E non deve farci svalutare lopera: leleganza del volgare dantesco è un unicum nella storia della letteratura.   

 

Alla fine del breve ma di certo intenso viaggio allinferno, mentre attraversa lultima zona del Cocito, nellaria crepuscolare, a Dante pare di distinguere qualcosa in lontananza: come un mulino a vento, la sagoma ancora indecifrabile. 

 

Come quando una grossa nebbia spira, 

o quando lemisperio nostro annotta, 

par di lungi un molin che l vento gira,                     

veder mi parve un tal dificio allotta; 

(Inf., canto XXXIV, vv.4-7) 

Ma il freddo lo costringe a ripararsi dietro la sua guida, il che prepara il colpo di scena con cui Virgilio svela la presenza di Lucifero: arrivato infatti alla distanza giusta, Virgilio si scansa e mostra al poeta il Dio degli Inferi in tutta la sua mostruosità.   

I due pellegrini usano poi il suo corpo come un pezzo del paesaggio per uscire definitivamente dallInferno. Ed è qui che il genio di Dante irrompe con forza. 

Il poeta abbraccia stretto al collo il suo maestro; questi si cala nellintercapedine fra il corpo di Lucifero e la massa ghiacciata del Cocito, scendendo fino allaltezza del femore diabolico.   

Quando noi fummo là dove la coscia 

si volge, a punto in sul grosso de lanche, 

lo duca, con fatica e con angoscia,         

volse la testa ovelli avea le zanche, 

e aggrappossi al pel comom che sale, 

sì che n inferno icredea tornar anche. 

«Attienti ben, ché per cotali scale», 

disse l maestro, ansando comuom lasso, 

«conviensi dipartir da tanto male».     

(Inf., canto XXXIV, vv. 76-84) 

Qui, non senza grande fatica, si capovolge, e comincia adesso ad arrampicarsi allinsù. Finalmente, poi, si apre un buco nella parete rocciosa: ed eccoli qui, maestro e discepolo, col fiato grosso. Usciti ormai dalla voragine infernale. Dante è confuso.   

Io levai li occhi e credetti vedere 

Lucifero comio lavea lasciato, 

e vidili le gambe in sù tenere;                                          

e sio divenni allora travagliato, 

la gente grossa il pensi, che non vede 

qual è quel punto chio avea passato.   

(Inf., canto XXXIV, vv. 88-93) 

Guarda verso lalto convinto di ritrovare Lucifero come laveva lasciato: invece, adesso, cosi facendo, Dante vede le gambe del Dite. Si sono, fondamentalmente, capovolti. 

Interviene Virgilio a spiegare: allaltezza del femore di Satana c’è il centro della Terra. Lì si passa dallemisfero boreale, il nostro, a quello australe.   

Dante in questultimo canto ci mostra come la poesia (e quello che vuole insegnare) possa servirsi della scienza. Infatti, passando attraverso il centro della Terra, Dante immagina correttamente che la forza di gravità cambi verso, essendo tale centro il punto verso cui sono attratti «dogne parte i pesi».Ciò che descrive è esattamente lesperienza che si potrebbe provare attraversando, come lui, il centro della Terra, se solo questo fosse possibile. Ovviamente la formalizzazione matematica della legge di gravità arriverà con Newton nel XVII secolo, ma Dante sembra aver capito chiaramente come tale forza si comporta. Il che, già di per sé, è straordinario. Se poi aggiungiamo che questa scientia è funzionale, il tutto diventa insuperabile.   

È come se il mondo intorno a Dante e a noi lettori avesse dimprovviso mutato le sue coordinate spaziali. Solo adesso, alla fine della discesa, scopriamo grazie alla scienza essere in realtà, dallinizio, unascesa verso il vero emisfero orientato verso lalto. È tuttaltro che un cambiamento insignificante: adesso ci viene detto che noi viviamo, come Satana, a testa in giù rispetto al Paradiso; che viviamo, insomma, satanicamente orientati. E che quindi, per avvicinarci a Dio, dobbiamo compiere necessariamente uno sforzo: se non quello di fare un viaggio ultraterreno, quantomeno quello di girarci su noi stessi per riacquistare lorientamento giusto.   

Il sommo non specialista riesce dunque ad usare sapientemente la scienza a suo vantaggio, riuscendo ad unirla indissolubilmente con lo scopo pedagogico e salvifico dell'opera. Nel Convivio si offriva di distribuire pane e vivande, cioè scienza e poesia, ai suoi lettori. E dunque, mantenendo magistralmente la parola data, Dante ci congeda dallinferno con un senso di vertigine che ci prepara allesperienza purgatoriale. Pronti a riveder le stelle, e magari anche a studiarle. 

Dante, più di settecento anni fa, ha capito che il sapere è unico, che per arrivare alla salvezza c’è bisogno di usare tutti i mezzi che abbiamo, tanto la scientia quanto la sapientia. Ha di certo capito quello che gli intellettuali venuti dopo di lui hanno fatto presto a dimenticare, cioè che la scienza non è inferiore al resto, che va conosciuta, valorizzata. Allo stesso modo, ha capito che alla scienza è necessaria anche la meraviglia. Spesso dimentichiamo, infatti, che la realtà è fortemente relazionata allumanità, e da essa ne è influenzata; che le visioni sul mondo hanno necessità anche umane, oltre che strettamente scientifiche. E che quindi non siamo in grado di capire la scienza senza conoscere la letteratura, e viceversa. 

E allora anziché continuare con la sterile tifoseria, forse dovremmo imparare qualcosa da Dante, e ricordarci che «fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza» 

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