Aristotele e Platone: questione di stile

 di  Francesca Cherubini

C1 Platone

Platone e Aristotele hanno in comune il fatto di essere tra i più importanti filosofi della storia. Entrambi hanno deciso di scrivere opere attraverso cui esprimere, oltre alle idee, uno stile filosofico differente. Gli autori utilizzano il loro stile personale in riferimento ai diversi generi letterari: Platone esterna la sua eleganza nei dialoghi; Aristotele, d’altro canto, preferisce esprimersi più tecnicamente attraverso trattati scientifici.  

Platone non fu l'inventore del dialogo come genere letterario; difatti l’ideazione di questo tipo di scrittura è attribuita ad Alessameno di Teo. I dialoghi platonici sono arricchiti da un lessico raffinato, dalla presenza di miti e dalla elevata conoscenza drammatica, la quale potrebbe aver avuto origine nell’attività di autore teatrale. Fu l'influenza del teatro,della poesia e del genere delle orazioni in quanto massima espressione di una cultura orale a rendere i dialoghi come li leggiamo oggi. La conoscenza delle arti teatrali ha permesso a Platone di descrivere un'ambientazione dettagliata nelle sue opere; come fa nel Fedro quando descrive la campagna ateniese. L’abilità di creare tali scene ha come fine non solo il dare all’immaginazione un luogo in cui collocare gli eventi descritti, ma anche quello di realizzare dei confronti dialettici tra i personaggi. I personaggi sono fondamentali, hanno caratteri accentuati e credono fortemente alle loro tesi, ciò permette all'autore di trasmettere meglio le discussioni affrontate dagli interlocutori. Dei quali uno è, solitamente, Socrate. Alcuni dei dialoghi del filosofo hanno la particolarità di una sovrapposizione di piani cronologici e di livelli narrativi (nel Simposio i discorsi di Apollodoro sono un riferimento di ciò che questi ha sentito dire da Aristodemo, che erapresente alla vicenda descritta). La raffinatezza del lessico utilizzato dipende dai molti neologismi che Platone sfrutta per comunicare contenuti essenziali.  

Aristotele scrisse dei trattati in prosa detti opere acroamatiche. Opere che riguardano molte branche della filosofia, dalla logica alla poetica. Con gli scritti esoterici, Aristotele si fa protagonista di un significativo cambiamento della scrittura filosofica: impone il trattato in prosa come forma primaria di espressione. Lo stile asciutto e disadorno di tale espressione ha come fini l’insegnamento di ciò che si conosce e la ricerca di ciò che non si sa ancora. Per rendere le sue opere così poco ridondanti l'autore usufruisce di un lessico sobrio e di termini basilari. Il suo stile è difatti descritto brachilogico, ossia conciso, acerbo e privo di amplificazioni retoriche. Si potrebbe quindi pensare che Aristotele identificasse la funzione prima della scrittura filosofica con l’edificazione di un sapere ampio, articolato, solido e sistematico, e non, come diceva Platone, un percorso di purificazione e innalzamento al mondo soprasensibile. Esistono varie teorie sulla natura delle opere acroamatiche. Werner Jaeger identifica nei testi aristotelici appunti di lezioni, che Aristotele avrebbe usato a fine pedagogico. Altri credono, invece, che Aristotele abbia scritto questi testi per far sì che gli allievi della sua scuola (il Liceo) potessero usarli per studiare e per seguire gli insegnamenti.  

Ma se in realtà Aristotele non avesse uno stile così grezzo? E se Platone non utilizzasse solo il lessico raffinato? Consideriamo Aristotele. Cicerone ha parlato del “flumen orationis aureum” (Acad. II, 119). Ad ispirarlo furono dei testi, destinati ad un pubblico più vasto della cerchia di studenti di Aristotele, scritti con più cura e con un uso di vocaboli più eleganti: questi scritti sono detti essoterici (alcune opere tra le essoteriche sono dialoghi, scritti da Aristotele in giovane età). Le opere Sulla monarchia e Alessandro (o Sulla Colonizzazione) furono dedicate al regale allievo del filosofo, Alessandro Magno. Gli Elenchi dei vincitori dei giochi Pitici o Olimpici rivelano una scrupolosa preparazione riguardo ai drammi che partecipavano alle competizioni drammatiche, tali scritture contengono date e punteggi ottenuti dai partecipanti. Tra tutte l'opera più importante è il Protrettico, testo in cui Aristotele invita alla pratica della filosofia e pronuncia il celebre ragionamento: O si deve filosofare o non si deve, ma per decidere di non filosofare è pur sempre necessario filosofare: dunque in ogni casofilosofare è necessario. Certamente questo pensiero è scritto più finemente rispetto a molti altri testi dell’autore, ma è solo una parte dell’eleganza che egli può esprimere. Prendiamo per esempio la similitudine tra la conoscenza, che cresce con le esperienze, e i soldati in battaglia: Così in battaglia, quando l’esercito si è volto in fuga, se un soldato si arresta, si arresta pure un secondo, e poi un altro ancora, sino a che si giunge al principio dello schieramento.” (Analitici secondi, II, 19). qui Aristotele somiglia molto a Platone: esprime la sua posizione attraverso figure retoriche come faceva il suo maestro.  

Pensiamo ora a Platone. È possibile che anche Platone all’occorrenza si serva di uno stile tecnico e conciso? Per rispondere a questa domanda è possibile considerare l’esistenza di dottrine orali di cui Aristotele parla nella Metafisica: egli afferma che il suo maestro ha affidato alla scrittura solo una parte delle sue lezioni. Questo lascia intendere l’esistenza di dottrine esoteriche, ossia dedicate agli studenti. La teoria di un Platone esoterico è stata appoggiata da alcuni studiosi come H. J. Krämer e G. Colli: la tesi sarebbe in grado di spiegare le dottrine non univoche assunte dall’accademia. L'esistenza di dottrine platoniche non scritte supporta la critica che il filosofo fa alla scrittura (Platone crede che la scrittura non esprima bene il concetto del discorso filosofico). Parlando di scrittura è stato spiegato in precedenza di come il suo stile sia accurato, però in alcuni suoi dialoghi si trovano dei ragionamenti scritti in una forma prettamente tecnica, senza usare termini eleganti, similmente ad Aristotele. Questo procedimento argomentativo, usato come esempio, affronta il tema dell’identità dell’uno ed è tratto dal Parmenide in cui Platone discute i problemi della teoria delle forme e mostra il suo lato più sistematico e meno poetico: Prima ipotesi: Se l’uno è”, “se l’uno è uno cosa ne consegue per l’uno considerato in sé?”, “Prima affermazione: l’uno in sé non ha parti e non è un tutto”, “Prima conseguenza: l’uno in sé non ha forma geometrica”, “seconda conseguenza: l’uno in sé non è né in sé né in Altro da sé, cioè non è in alcun luogo”, “seconda affermazione: l’uno in sé non è in movimento e non è neppure in quiete”, “terza affermazione: l’uno in se non è identico o diverso né a sé né ad Altro”, “prima conseguenza: l'uno in sé non è simile o dissimile né a sé né ad Altro”, “seconda conseguenza: ‘l’uno in sé non ha misure uguali o disuguali né a sé né ad altro”, “quarta affermazione: l’uno in sé è del tutto esterno al tempo”, “Conclusione: l’uno in sé non partecipa dell’essere, non è uno e non è conoscibile”;(Parmenide, 137d-141e). Da ciò che si legge, lo stile risulta più tecnico e meno elegante, ciò riconduce il modo di scrivere di Platone a quello di Aristotele.  

Anche se a prima vista i filosofi sembrano avere un differente metodo di espressione, analizzando meglio le loro opere si notano alcune somiglianze tra i due. Lo stile di entrambi ha sia una parte elegante sia una parte grezza; anche se Platone tende più alla prima ed Aristotele alla seconda, scrivono in un modo a tratti molto affine. Ma dopotutto sono allievo e maestro e non avrebbe potuto essere differentemente. 

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