La storia dell’animazione: la stop-motion 

di Carlotta Cerullo e Francesca Sabbatucci

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Nel cuore pulsante dell'arte cinematografica c'è una tecnica affascinante che si muove tra le ombre e le luci, plasmando il movimento in una magica danza di fotogrammi: la stop-motion.   

Spesso trascurata, ma intrinsecamente potente, si rivela come l'anima segreta di alcune delle opere più iconiche del cinema d'animazione.   

Tutti almeno una volta abbiamo visto un’animazione frame by frame, pur non sapendolo. Basti pensare al “King Kong” (1933) di Cooper e Schoedsack, al “Jason and the Argonauts” (1963) di Chaffey, al “Wallace and Gromit” (1989) di Park e al “The Nightmare before Christmas” (1993) di Burton.   

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Si tratta di uno stile che sfrutta oggetti inanimati o, in alternativa, disegni mossi progressivamente e fotografati ad ogni cambio di posizione, creando un effetto ottico simile al cinema, richiedendo 24 fotografie al secondo per animazione. 

 La stop-motion, per la sua effettiva realizzazione, si avvale di svariate stili e tecniche. Ad esempio, vi è lo stile dei puppetoons, in cui vengono impiegati pupazzetti artigianali con una struttura interna rigida e giunture utili per il movimento. Esistono anche sottogeneri di frame by frame: la claymation, che fa uso specifico di pupazzi in plastilina animati; il cut out, che sfrutta l’utilizzo di giornali e vestiti ripresi dall’alto verso il basso; il model animation, che è l’animazione di soggetti animati all’interno di un corto o di un film; la pixilation, che è l’animazione di attori in carne ed ossa che vengono fotografati durante l’interazione con la scenografia e gli oggetti di scena fisicamente esistenti; l'object animation, che è l’animazione degli oggetti nella brickfilm e si avvale di mattoncini lego.  

 Per  parlare della storia di questo genere, bisogna partire dalla fotografia.  

Il primo che riuscì a creare un’immagine permanente fu Joseph Nicéphore Niépce. Egli, nel 1826, usò una lastra di metallo ricoperta da bitume di giudea, esposta alla luce e riflessa all’interno di una camera oscura, per immortalare “La veduta della finestra a Le Gras”.   

Da qui in poi, la fotografia fece sia enormi progressi che nuove scoperte. Un esempio perfetto è quello del cinema: furono in molti a tentare di creare un’illusione legata al movimento con una sequenza di immagini.  

Innanzitutto, fu inventato un apparecchio chiamato kinetoscopio, prodotto da Thomas Edison, che consentiva la visione di corti cinematografici ad uno spettatore per volta. In seguito fu il turno dei fratelli Lumière, che si misero a lavoro nei propri laboratori, e, così facendo, inventarono il “cinematografo”, ovvero una macchina molto più pratica avente una carica elettrica duratura. In più, questa, poteva essere trasportata in strada e, cambiando solo alcuni pezzi, poteva divenire un proiettore.  

Il cinema offrì nuove opportunità di sviluppo per l’animazione, che ebbe come tecnica principale la ricostruzione del movimento attraverso la proiezione. Infatti, la cinepresa veniva usata come un apparecchio fotografico. Durante la ripresa, adeguatamente interrotta e riavviata, la cinepresa non registrava un movimento costante, ma raccoglieva una serie di immagini statiche, fotogramma per fotogramma. Proiettando queste immagini ad una certa velocità si otteneva un movimento continuo. Questa tecnica si trova alla base della storia dell’animazione e venne definita, per l’appunto, stop-motion. Tale metodo di animare, che in italiano viene definito anche come “passo uno”, trovò le sue origini in Europa.  

Il primo film ad aver utilizzato in maniera appropriata questa tecnica è “Fantasmagorie” (1908) del francese Émile Cohl, ovvero un corto, caratterizzato da centinaia di disegni trasferiti su pellicola, per raccontare al pubblico le grandiose potenzialità del cinematografo.  

Nel medesimo anno venne creato anche “El hotel electrico” (1908) di De Chomon, all’interno del quale è possibile vedere muoversi alcuni oggetti, che vengono spostati e filmati frame dopo frame, facendo sembrare così i loro movimenti autonomi.  

Altri pionieri di questo genere furono George Pal e Wills O’Brien, che si dedicheranno prevalentemente all’impiego della stop-motion sfruttandola per realizzare effetti speciali in film realistici. Fu poi la volta di Ray Harryhausen, che eccelse nel “passo uno”, creando molti mostri in diversi film degli anni ’50 e ‘60. In questi anni tale tecnica fu utilizzata sempre di più per artifici scenici e per le scene di esseri umani a contatto con creature mostruose e fantastiche.  

Sebbene le nuove tecniche oggi abbiano in parte soppiantato questi trucchi, il cinema animato della seconda metà del Novecento ha regalato risultati sempre più raffinati e affascinanti.  

Infatti, negli anni ‘80, l’animatore emergente Nick Park creò la famosa coppia “Wallace and Gromit”, ispirandosi al cinema muto per esaltare l’espressività del gesto, elemento su cui fa leva la stop-motion. La materialità dei personaggi e degli ambienti, composti sia da plastilina che da resina e alluminio, migliorò ancor di più l’esperienza del pubblico.  

Dalla rappresentazione realistica di “Wallace and Gromit” si passò poi al mondo suggestivo ed estremamente bizzarro di Tim Burton.  

Con lui le animazioni in “passo uno” hanno permesso un dialogo perfetto fra la narrazione della storia e  l’aspetto visivo ed estetico, attraverso la tridimensionalità e l’elemento inventivo, creando oggetti reali ed esistenti. Tim Burton, inoltre, utilizza l’animazione frame by frame come simbolo della sua "poetica di esclusione”, un concetto con il quale il regista si identifica nei personaggi emarginati. In tutti i suoi progetti le immagini e le parole vanno di pari passo, e l’aspetto dei personaggi e dei luoghi non può essere separato dal racconto.  

Nel 1993 venne presentato nelle sale “The Nightmare before Christmas”, un film senza tempo, che sviluppa perfettamente l’idea di “storia-ambientazione”, dove i personaggi sono il riflesso del proprio scenario e della propria vicenda personale. Con questo film Tim Burton ci trasporta in un’atmosfera dark e gotica che riutilizzerà nei suoi lavori successivi, come ad esempio “Edward Scissorhands” (1990), “The Corpse Bride” (2005) e “Frankenweenie” (2012).  

In seguito, nel 1995, John Lasseter introdusse il primo lungometraggio animato interamente digitale: “Toy Story”, a cura dello studio Pixar. Questa casa di produzione cinematografica sostituì gradualmente l’animazione tradizionale con quella digitale, attirando un pubblico vasto, e riuscendo a catturare l’attenzione sia dei più grandi che dei più piccoli.  

Con l’animazione digitale si aprirono nuovi orizzonti creativi, consentendo agli artisti di esplorare stili unici e di raccontare storie in modo innovativo.  

La stop-motion, nonostante tutto, continua tutt’oggi ad essere utilizzata, poiché ha avuto un posto dominante nel mondo dell’industria del cinema. La sua importanza è legata a quel fascino unico e intramontabile che ci consente di sognare ancora con la sua magia.