La cancel culture

di  Francesca Lucaroni e Matteo Mesolella

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Quanti problemi risolveremmo se mettessimo a tacere il passato?

Classicisti? Chiudete il vocabolario, vendete i vostri libri di letteratura, dimenticatevi di Omero, siate pronti a cambiare indirizzo! Ce lo dice la cancel culture, che cancella il nostro programma di greco, latino, parte di quello di filosofia e storia, o almeno le sezioni meno politically correct. Non c’è fretta però, ancora non è detto nulla, la cancel culture è solo una minaccia, tenete il “GI” e il “Rocci” a portata di mano. Ma di cosa si tratta esattamente? Il termine giunge direttamente dagli Stati Uniti, con un significato che, per certi versi, è stato anche alterato. L’accezione con cui è nato viene riportata dalla Treccani come: “Atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualcosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento”. Una sorta di moderno ostracismo. È un modo per mettere fine ad un mondo in cui tutto era concesso perché si credeva che tutto fosse inoffensivo. Ma bisogna considerare anche che il linguaggio è influenzato innanzi tutto dai contesti e dagli interlocutori e la comunicazione comporta rischi che vanno governati. Nel tempo, tanti episodi molto diversi tra loro sono rientrati sotto questa dicitura, compresa la volontà di eliminare le tracce di un passato che si fa promotore di valori anacronistici o di principi immorali. 

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Per chiarire meglio cosa si intenda per cancel culture, tralasciando per un momento quest’ultimo significato per niente trascurabile, bisogna chiarire che la parola cancelled inizialmente indicava, nel gergo dei social, una presa di posizione personale nei confronti di qualcuno criticandone un determinato comportamento considerato offensivo o immorale. Successivamente cominciò a guadagnare popolarità e nacquero nuove dinamiche che inclusero personaggi famosi e diedero voce alle proteste di alcuni gruppi e minoranze. Fanno parte di questo fenomeno, per esempio, i casi delle richieste di studenti universitari per l’allontanamento di un professore, di utenti che chiedono che un libro non venga pubblicato o che un attore nonvenga più ingaggiato per un determinato motivo. La cancel culture è estremamente dibattuta, è un argomento molto ambiguo: potrebbe essere ricondotto ad una semplice politica aziendale, non c’è da meravigliarsi che le grandi imprese, per adattarsi al gusto dei clienti, scelgano di orientare le proprie decisioni in base alla loro opinione. Tra le argomentazioni più importanti di chi la sostiene c’è il fatto che, nonostante i modi sbrigativi e sommari, è un mezzo per combattere ingiustizie, diseguaglianze, altrimenti taciute. Non bisogna però trascurare le conseguenze che potrebbe avere nella libertà di espressione e nella creazione di un dibattito produttivo e sereno a causa di criteri troppo rigidi su quello che si può e non si può dire. Inoltre, risulta ingiusto e radicale l’impatto negativo che può avere sulla vita della persona colpita dalle critiche, a causa magari anche di una singola cosa detta o fatta, per quanto meritevole di rimproveri

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Il risvolto di questo fenomeno che è giunto suscitando maggiore scalpore in Italia è quello della Decolonizing Classics che inviterebbe a censurare i testi classici negli aspetti più oppressivi (specialmente schiavistici o patriarcali) o ad abolire del tutto l’insegnamento della disciplina, specialmente della lingua e letteratura greca e latina, proposta avanzata da alcuni ricercatori e università americane. Questa tendenza a eliminare o condannare senza appello opere o figure del passato, considerate problematiche secondo gli standard contemporanei, rischia di oscurare la grandezza storica e la complessità culturale delle opere classiche. Tuttavia, questo non significa che dovremmo ignorare o giustificare le discriminazioni di genere presenti in queste opere. Al contrario, dovremmo utilizzarle per esaminare criticamente le radici e le manifestazioni di determinati modelli sociali, allo scopo di promuovere una maggiore sensibilizzazione e progresso nel XXI secolo. Riguardo questo problema scrive Maurizio Bettini nel suo saggio “Chi ha paura dei Greci e dei Romani?” Egli afferma che l’errore che si compie è quello di “far passare l’immenso fiume della storia attraverso il colino stretto della moralità”. Ritiene che “la vera decolonizzazione dei classici consiste in primo luogo nel liberarli da noi, dalla loro forzata assimilazione alla nostra cultura. Se vogliamo coinvolgere anche i classici nella battaglia contro le discriminazioni, presenti e future, non dobbiamo limitarci a una condanna morale della loro cultura ma, al contrario, possiamo utilizzarli come strumento di comparazione utile a interpretare i presupposti di questi atteggiamenti oggi inaccettabili”. Un concreto esempio per rendere con chiarezza la fallacità di questa proposta potrebbe essere Aristotele, conosciuto come uno dei più importanti filosofi di sempre. Infatti, questo rivoluzionario pensatore scriveva contro la parità di genere e posizionava la donna ad un livello inferiore rispetto agli uomini, ridotta quasi a una condizione di schiavitù. Per questo dovremmo cancellare le parole di un filosofo che ha modificato per sempre il nostro modo di pensare? Chissà che posizioni avrebbe preso se fosse vissuto nel XXI secolo, chissà cosa avremmo pensato noi se fossimo stati suoi contemporanei. Duemila anni sono più che sufficienti per modificare un punto di vista. In tal modo, inoltre, la cancel culture annulla il valore della memoria. Estremizzando, è come se si cancellasse il nazismo dai libri di storia per i messaggi di odio che veicolava, ma così facendo non si aiuterebbe nessuno se non il nazismo stesso, è come se non studiassimo più le guerre combattute nella storia, così che gli uomini non si facciano più la guerra.

Tra i modelli sociali sbagliati, trasmessi dai classici della nostra tradizione letteraria, c’è chiaramente quello patriarcale. La donna risulta essere madre, compagna fedele, incarnazione della bellezza e dell’amore, fonte di salvezza o perdizione, ma è sempre legata e subordinata ad una figura maschile. Ci sono rari casi, come la maga Circe, di figure femminili piuttosto indipendenti, ma a ogni modo non molte erano in grado come lei di trasformare gli uomini importuni in porci. La pretesa della cancel culture è di abolire la lettura di opere che hanno come protagonisti uomini che esercitano un dominio sulle donne, perché una tale mentalità potrebbe influenzare negativamente le idee dei giovani. Sfortunatamente, non ci troviamo nella situazione di un mondo ameno da preservare da cattive influenze, ma viviamo in una società complessa e spesso ingiusta, che deve aprire gli occhi, prendere coscienza e attivarsi per cambiare le cose. E per estirpare un sistema così radicato nella nostra identità, bisogna proprio partire dalle radici. È necessario avere un’idea complessiva del problema, delle sue origini, del suo sviluppo e delle sue ramificazioni per mettere a punto un piano finalizzato a cambiare il futuro, non basta un ideale da perseguire.

A partire dalle stesse idee femministe dell’uguaglianza di genere, è ormai convalidata la convinzione per cui non ci sia nulla di quello che è in grado di fare l’uomo che la donna non possa fare e anche se è improbabile che le donne possano raggiungere una perfetta uguaglianza in quanto a forza fisica, ciò non è sufficiente per indentificarle come “il sesso debole”. È improbabile quindi che l’uomo, grazie alla sua sola forza fisica, sia prevalso all’interno della comunità dando vita al patriarcato, la cui creazione si attribuisce chiaramente a lui, in quanto beneficiario dei vantaggi che garantisce. Secondo questa idea sarebbe stato in grado di creare un nuovo sistema sociale, in una sorta di cospirazione contro metà della sua comunità. Era davvero geniale, ben organizzato e piuttosto malvagio, quest’uomo, poiché il nuovo sistema ideato avrebbe colpito anche sua madre, la moglie e le figlie. Uno scenario poco credibile. Il patriarcato è un sistema violento che mina la pace e la completezza del genere umano e sembra pertanto necessario ritenere l'uguaglianza tra i sessi l'origine della nostra specie. Ci sono attestazioni archeologiche e miti che potrebbero provare l’esistenza di una fase primordiale della storia dell’uomo in cui esisteva una cooperazione tra i sessi nelle attività della vita quotidiana e non una ripartizione dei compiti in base a una pretesa natura propria di ciascun sesso (senza sfociare addirittura nelle teorie di un antecedente “matriarcato”). Nell’evoluzione deve esserci stata una “caduta”, devono essersi innescati dei meccanismi, dalle cause complesse da districare, che hanno guastato l’equilibrio naturale della comunità. Questo cambiamento non potrebbe essere stato portato avanti da uno dei due sessi contro l'altro, poiché nessuno dei due è più "debole" dell'altro. C’è stata, almeno in parte, una “collaborazione”, che ha portato al fallimento della giustizia. Le cause sono complesse e studiate da storici e sociologi di tutto il mondo, alcune teorie, ad esempio, riconducono l’origine del cambiamento al passaggio da una civiltà nomade ad una agropastorale o al ruolo di madre oblativa che ha costretto la donna a non occuparsi della gestione della comunità. 

Fonti come i testi classici non possono essere bruciati sui “falò dell’immoralità”, essi sono frammenti preziosi della nostra storia che racchiudono dinamiche sociali da studiare in modo razionale, focalizzandosi sulle cause e gli effetti. Forse non è così scontato, ma come ogni opera umana anche gli immortali classici sono imperfetti, influenzati dal quadro storico in cui sono stati formati, ed è poco ragionevole pensare di leggerli assorbendo passivamente quanto viene trasmesso o farne un punto di riferimento per avvalorare qualche strana teoria senza contestualizzarlo e analizzarlo criticamente. 

Ciò che siamo e vogliamo essere è determinato da ciò che siamo stati. Dopo aver decostruito le sistematizzazioni del passato, ereditate come giuste e “naturali” dall’autorità dei padri e compreso il funzionamento dell’ingranaggio dei fenomeni che si ripropongono sempre uguali nella storia, facciamone tesoro. “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza” diceva Gramsci circa un secolo fa, un attualissimo e potente grido di battaglia, di fronte alle novità che ci prospetta il prossimo futuro.