Il fast fashion

di  Federica Nordio e Francesca Sabbatucci

Fast fashion 1

Quante volte vi sarà capitato di sbarazzarvi subito di una t-shirt, di un paio di jeans appena comprati e magari usati solo una volta? Spesso questi capi non vanno a finire in una raccolta differenziata immaginaria, ma in discariche a migliaia di chilometri lontani da noi, che però hanno un impatto notevole su comunità locali come il Ghana e il Cile. Questo fenomeno di compravendita così rapida, che induce sempre di più al consumismo, è definito fast fashion.

Noi stessi, ogni volta che acquistiamo capi di abbigliamento senza riflettere sul loro reale valore e sulla loro provenienza, contribuiamo inavvertitamente a implementare questo circolo vizioso. Infatti, per fast fashion si intende un modello di produzione nell’industria dell’abbigliamento che si concretizza nella produzione di grandi quantità di merce a prezzi ridotti.

Sembra conveniente poter comprare vestiti a basso costo, riempiendo sempre di più i propri armadi con articoli alla moda, ma ci si è mai chiesto davvero che cosa c’è dietro a tutto questo? Lavoratori sfruttati, condizioni lavorative disumane, impatto ambientale devastante, accumuli di vestiti, morti e inquinamento.

La produzione di massa di capi d’abbigliamento richiede una quantità enorme di risorse naturali, tra cui acqua, energia e materiali come il cotone e il poliestere, contribuendo così all’esaurimento delle risorse e all’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Cile, Ghana, Bangladesh, sono solo alcune tra le vittime di questo fenomeno. Il Bangladesh, dopo la Cina, è il secondo produttore di vestiti del pianeta. 

Alla fine degli anni '80, l'industria della moda occidentale ha deciso di spostare gran parte della loro produzione tessile su questo fragile lembo di terra, sfruttando migliaia di lavoratori e danneggiando l'ecosistema per produrre sempre di più e più velocemente, incrementando così il forte impulso nel comprare merce e incidendo soprattutto sul mercato mondiale. Sono passati 11 anni dal crollo del Rana Plaza di Savar, tra le sue macerie sono morte 1238 persone e ci sono stati 2600 feriti invalidi. Il 24 Aprile del 2013, il giorno del più grande disastro nell'industria della moda, quella gente era lì per un motivo: cucire e assemblare i nostri vestiti.

Se noi prendessimo coscienza dell’origine dei nostri vestiti, noteremmo che la maggior parte di essi viene dal Bangladesh e che una volta gettati finiscono in container pieni di vestiti di seconda mano che raggiungono settimanalmente territori come il Cile e il Ghana che fanno della nostra spazzatura la loro maggior fonte di guadagno. Soprattutto, grazie a centinaia di baracche e magazzini nei quali importano, smistano e vendono al pubblico vestiti provenienti da tutte le parti del mondo. Nel 2022, il 25% dei vestiti comprati online e il 20% di quelli comprati in negozio sono stati rimandati indietro. Infatti, questi ultimi, una volta resi, non vengono rivenduti al pubblico come si pensa, perché il costo di ricondizionarli, ovvero di stirarli e sanificarli e verificare che non ci siano danni, può essere più alto di quello che valgono. Per questo, molti brand affidano questi capi ad aziende che li rivendono in Africa o in Sud America. Il 40% di tutto quello che viene importato è in condizioni inutilizzabili e, al posto di buttarlo nelle discariche, viene spesso portato nelle immense distese del deserto, dove tende spesso a prendere fuoco, intossicando migliaia di persone. Per evitare che ciò si verifichi, i vestiti non vengono smaltiti, bensì seppelliti, portando il Cile ad avere distese non più di sabbia, ma di vestiti.

 Questo sovraflusso di merce, unito al deterioramento della qualità dei vestiti nel corso degli anni, ha aggravato i problemi del settore di vendita in Ghana. Infatti, l’eccesso di merce che il mercato non riesce a gestire finisce nelle fogne e nelle strade, creando paesaggi caratterizzati da montagne di vestiti non riciclati che si ergono come colline di tessuti, con strati sovrapposti di abbigliamento usato che si estendono per chilometri, generando uno stile di vita caotico. In questo contesto, i bambini crescono giocando tra le strade strette e affollate del mercato, esposti a rischi per la salute e la sicurezza derivanti dalla mancanza di igiene e dalla presenza di rifiuti, che possono influire sulla loro crescita. In questo modo, la moda che in Europa crea bellezza in Africa si trasforma in inferno. Nel 2018, diversi paesi africani hanno tentato di vietare l'importazione di vestiti usati, ma hanno rischiato l'esclusione dall'AGOA, un accordo internazionale di commercio. Questa azione viene spesso etichettata come "protezionismo" in politica, poiché mira a salvaguardare gli interessi commerciali nazionali limitando la concorrenza estera. I paesi, dunque, sembrano preoccuparsi più del profitto piuttosto che del mondo in cui vivono. 

Questo comporta una notevole indifferenza da parte dell’uomo nei confronti della natura, che sempre di più subisce devastazioni e sfruttamento. Mentre ad oggi l’uomo volta le spalle a questo problema, quello del passato si sottometteva alla potenza di quest’ultima poiché aveva paura della sua vastità. Diversi sono gli esempi che ne dimostrano la maestosità. Già Theodore Gericault nel 1818 aveva dato una dimostrazione della solennità della natura mostrando come l’unico modo per sopravvivere era sottomettersi al suo volere e sottolineando la fragilità dell’uomo di fronte alle leggi naturali. Invece, Caspar David Friedrich aveva voluto mostrare il paesaggio come entità viva e potente, con una propria spiritualità. All'interno del viandante sul mare di nebbia, il protagonista appare piccolo e insignificante di fronte alla grandezza di ciò che lo circonda. 

Questa concezione ritornerà mai nelle nostre vite? Probabilmente no, visto che l’inquinamento ambientale ha distorto il rapporto tra l’uomo e la natura, riducendo la sua bellezza agli occhi di molti, poiché l’ottica umana è improntata più sul guadagno che sulla protezione di un bene così grande. Affrontare il problema del fast fashion richiede un cambiamento sia da parte del consumatore che delle aziende, promuovendo scelte più consapevoli. A cambiare, però, deve essere la mentalità, poiché nonostante ci possa essere la volontà che il mondo non sia più così inquinato, il compratore, nel momento in cui deve acquistare qualcosa, sceglierà sempre il prodotto più conveniente e meno costoso. E quindi, COMPRA MENO, SCEGLI BENE, FALLO DURARE

Fast fashion2