Epos di un alunno “moderno”

di Francesca Lucaroni

Distrattamente, seguivo sul libro il testo che ad alta voce leggeva la mia professoressa, mentre le sue parole fluivano nelle mie orecchie, passive: 

Nel Simposio di Platone prende la parola anche Aristofane, il famoso poeta comico, che attraverso il mito veicola la sua opinione riguardo l’amore. Il mito in questione è il mito dell'androgino, per cui in un passato lontano non esistevano soltanto due sessi, bensì tre, tra cui il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. A quel tempo, gli esseri umani avevano due volti orientati in direzione opposta, una sola testa, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe e due organi sessuali. Per punire la loro hybris, che li aveva spinti a scalare l'Olimpo per spodestare gli dèi, Zeus, intervenne, tagliandoli in due per indebolirli con le proprie saette. Da quel momento essi sono alla ricerca della loro antica unità. Per ricreare la primitiva unità le "parti" non facevano altro che stringersi l'una all'altra, rischiando di morire di fame poiché non volevano più separarsi. Zeus allora, per evitare che gli uomini si estinguessero, mandò nel mondo Eros affinché, attraverso il ricongiungimento fisico, essi potessero ricostruire "fittiziamente" l'unità perduta. Siccome i sessi erano tre, due sono oggi le tipologie d'amore: il rapporto omosessuale (se i due partner facevano parte in principio di un essere umano completamente maschile o completamente femminile) e il rapporto eterosessuale (se i due facevano parte di un essere androgino). 

Ora ero più che attento, ero infervorato, mi aveva colpito la saetta di Zeus, la freccia di Cupido. Mi prese una nostalgia di un passato mai vissuto, di un amore mai provato e in questa disposizione d’animo, afferrai con urgenza la matita e scrissi nello spazio bianco che c’era sulla pagina, in fondo a destra:

Giunse fragoroso 

Il lampo affilato

Come un fendente nel fianco

Ci squarciò l’anima.

Levai un grido che incrinatosi

Biforcuto si divise 

E riemersi dall’abbaglio

Dilaniati, a brandelli

Boccheggianti, stupefatti

Barcollavamo infreddoliti

Nel buio invincibile,

Ora che di occhi 

Ne avevamo solo due.

Un vuoto inadeguato

Concreto più di noi 

Ci aleggiava accanto

Urlava disperato

Effigie del nostro

Eterno tormento. 

Esatti, ma incompleti

Ci aggiravamo incompresi 

Tirati da invisibili fili 

Che ci rendevano smaniosi 

Di combaciare 

Di una congiunzione astrale 

Di ritrovare la pace

Fra quelle antiche braccia

Cuore contro cuore.

Partimmo per viaggi infiniti

Non una spiegazione

E gli occhi saettavano nella folla

A cercare l’altro paio

E intanto imparavamo

A vivere a pieno 

Sentendoci tutti interi

E non solo una metà.