Calvino e la leggerezza

di Giulia Cundari

calvino1

Calvino fu il primo italiano invitato ad Harvard per tenere le Norton Poetry Lectures. Un ciclo di sei lezioni che avevano come oggetto la Poetry, intesa come forma di comunicazione generale (poesia, musica, cinema, scultura ecc). Lo scrittore si trovò inizialmente in difficoltà di fronte alla “pesantezza” della libertà, alla difficoltà di dover scegliere qualcosa in mezzo al tutto. Poi, quando riuscì a definire il tema (alcuni valori letterari da conservare nel prossimo millennio) si immerse completamente nella preparazione delle conferenze. Calvino però morì nel settembre del 1985 per un ictus improvviso e non riuscì né a completare le lezioni, né a presentarle nel celebre ateneo. Per questo Le Lezioni americane, titolo scelto da sua moglie Esther, sarebbero uscite postume. Delle sei proposte per il prossimo millennio quella che ebbe più fortuna nel tempo e nella cultura popolare è la prima:

«Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza.»

È un motivo classico della filosofia quello del rapporto tra res e verba. È celebre in proposito il dialogo platonico, il Cratilo, ma Calvino non prenderà le partì né di Ermogene né di Cratilo, né tantomeno di Socrate: per Calvino le parole sono il materiale costitutivo della letteratura, hanno lo scopo di simmetrizzare (termine pesante che di certo Calvino odierebbe) con il mondo delle cose senza doverlo necessariamente rappresentare. 
Le parole hanno il potere di eludere e di modificare, in base all’idea che vogliono veicolare, la realtà. E di questo prende pienamente atto fin dall’inizio, quando spiega cos’è per lui la leggerezza, cioè una sottrazione di peso. Di fatto, una mutazione della realtà e del linguaggio.

 «Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, linerzia, lopacità del mondo»

 Una realtà grave, opaca, terribilmente pesante quella in cui è costretto a vivere Calvino. Ed è splendido il richiamo al mito di Perseo e Medusa, che diventano figure rappresentative della leggerezza e della pesantezza. Da un lato Medusa, che ha l’ignobile potere di pietrificare, quindi di rendere pesanti e inerti, tutti coloro che incrociano il suo sguardo.

 «Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.»

 Dall’altro lato Perseo, colui che si sostiene su ciò che vi è di più leggero come nuvole e venti, che riesce ad uccidere la Gorgone evitando di incrociare direttamente il suo sguardo e osservandone il volto riflesso sullo scudo di bronzo. Riesce ad avere la meglio perché ne guarda l’immagine riflessa: ed ecco che anche Calvino vince la pesantezza prediligendo una letteratura che privilegia e si rivolge all’immagine della realtà. E così come dal sangue di Medusa nasce Pegaso il cavallo alato, quindi la pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario, la scrittura può convertire la pesantezza del mondo in altro, quindi in leggerezza.

 E forse inconsapevolmente Perseo e Medusa sono stati sempre rappresentati in questo modo: celebre è la scultura di Benvenuto Cellini, in cui vediamo il corpo della Gorgone pesantemente appoggiato alla terra, schiacciato dalla gravità, vinto, e su questo corpo si innalza leggero l’eroe, tale che non ha neanche bisogno di reggersi con entrambe le gambe, in una figura che trasuda movimento e quindi fugacità, leggerezza.

calvino2     calvino3

Calvino, passando per Kundera prima, per Lucrezio e Ovidio poi, arriva ad una fortunata conclusione:

«esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.»

 Ed esemplifica ciò portando all’attenzione la nona novella del Decameron, che vede Cavalcanti come protagonista. La vicenda si svolge in un cimitero e, quando la brigata di Messer Betto si avvicina al poeta e lo provoca, Cavalcanti risponde:

«Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace»

 Con questa celebre battuta fa capire che sono morti, quindi inerti, schiacciati anche loro come Medusa dalla forza di gravità dentro la terra, sotto le tombe. E poi, come colui che leggerissimo era, fa un salto e si getta dall’altra parte.
E in questo passaggio si enfatizza nuovamente come il peso della leggerezza frivola, rumorosa e scalpitante,  propria della gioventù, perda contro la leggerezza pensosa del poeta. 
La figura di Cavalcanti diventa emblematica e centrale nel discorso sulla leggerezza. A lui viene attribuita la creazione di un filone letterario, definito “letteratura della leggerezza”. E sempre a lui viene poi contrapposto Dante: se Cavalcanti spoglia anche le cose più pesanti, come i drammi d’amore, del loro peso, con Dante tutto diventa materia, e di conseguenza tutto ha un peso, persino le anime o le ombre.
E la gravità senza peso di Cavalcanti riaffiora nell’epoca di Cervantes e Shakespeare: è quella speciale connessione tra melanconia, cioè tristezza diventata leggera, e umorismo, cioè comicità priva di pesantezza corporea, che caratterizza tanto l’Amleto tanto il Don Chisciotte. Sia il melanconico che l'umorista si nutrono della contraddizione metafisica tra finito e infinito, tempo ed eternità, normalità e follia, o comunque si voglia chiamarla. Entrambi hanno in comune la caratteristica di ottenere insieme piacere e dolore dalla coscienza di questa contraddizione.
E, come Cavalcanti, mi ritrovo anche io a dover fare un salto dall’altra parte, fino a noi. 
Alla fine l’obiettivo ultimo di Calvino era quello di lasciare a noi del nuovo millennio qualcosa, in questo caso la leggerezza, che va declinata in tutto: nella scrittura, nella comunicazione con gli altri, ma anche nella conoscenza di noi stessi. In una generazione che non vede via d’uscita, che non vede futuro, la lezione di Calvino è più attuale che mai. Dobbiamo cercare di non cedere alla comodità del pessimismo, di non cadere anche noi vittime di Medusa. È impossibile non notare come la sopracitata melanconia sia ormai diffusa e normalizzata: quella condizione di tristezza figlia della paura di un qualcosa di indefinito ma presente. E ogni giorno, sbagliando, la affrontiamo di petto, immergiamo il viso nel veleno con pietoso disgusto, e ci ammaliamo ogni volta un po’ di più. Come piume ci lasciamo trasportare dal nostro vento infelice. Invece, seguendo Calvino, e le trasformazioni di Ovidio, e la libertà di Lucrezio, e l’umorismo di Cervantes, dovremmo capire come comunicare con noi stessi e iniziare a volare, come gli uccelli, con consapevolezza e, perché no, magari con serenità.