Abbiamo sempre vissuto nel castello, noi donne impotenti

di Giulia Cundari

Articolo B2 cultura

È la storia di un noi — già esplicitato nel titolo originale We Have Always Lived in a Castle — rappresentato da due sorelle: Mary Kate e Constance, che vivono barricate in casa insieme allo zio disabile Julian, nella grande e maestosa tenuta dei Blackwood, proprietà di famiglia ben isolata dal resto del villaggio, tanto arroccata da essere definita un “castello”. Da quando sei anni prima il resto della famiglia —padre, madre, fratello e zia — è morto in seguito ad avvelenamento da arsenico, quel che resta dei Blackwood vive in una sorta di atemporalità, un momento di stasi irreale. Constance, la maggiore, è diventata il surrogato della figura materna e si prende cura dello zio Julian e di Mary Kate, la diciottenne sorella minore, nonché narratrice degli eventi, decisamente più selvatica e ribelle.   

Lo zio Julian è l’unico sopravvissuto all’avvelenamento perpetrato dalla sorella minore, interpretabile come atto di ribellione suprema contro il simbolo della tirannia in casa. Mery Kate non si limita a uccidere il padre in realtà, perché, avvelenandolo, si disfa anche delle “ancelle” del patriarcato (madre e zia), del fratello, suo rivale.    Successivamente tramerà per liberarsi dell’ultimo nemico rimasto in vita: il cugino Charles, un altro uomo. 

Julian viene risparmiato: non è considerato una minaccia alla libertà delle Blackwood, non rappresenta un simbolo tossico di mascolinità, dedito all’accumulo di capitale ealla repressione della libertà femminile, anzi, si rivela un prezioso alleato e complice contro i pettegolezzi degli abitanti del villaggio e contro Charles, “un giovanotto davvero sgradevole”. 

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Lo zio Julian “è un filino eccentrico”, “devia dalla norma”, è malvisto dagli abitanti del paese per un’allusa omosessualità ma soprattutto per l’incapacità di provvedere alla sua famiglia, poiché disabile. Julian è privo di virilità, è un uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della civiltà. È dipinto come omosessuale, e quindi non può essere trattato e considerato come un uomo. Volendo azzardare un’interpretazione audace e inconsueta proviamo a  non considerare Julian come un uomo anormale, ma guardiamolo come una donna. Lo zio Julian si avvicina infatti più alla figura di una  donna, vittima di assoggettamento e prevaricazione, totalmente impotente. 

E questa femminea impotenza viene resa palese, fisica, dalla disabilità dello zio: è sulla sedia a rotelle, non può muoversi né vivere in autonomia, proprio come accade ad alcune donne. Il grande Castello ha due piani. Il piano superiore è saturo di cose da uomini -lo studio, la camera del capofamiglia- e le sorelle – le donne- non vi mettono piede: Merricat predilige il bosco e Constance la cucina. Ma neanche Julian mette piede al piano di sopra: è sulla sedia a rotelle, a lui è fisicamente impossibile salire, anche a lui è proibito andare nella zona degli uomini. E dunque se seguiamo la logica del sillogismo aristotelico, viene naturale pensare a Julian non come ad un uomo anormale ma come ad una vera e propria donna: tutte le donne non possonosalire al piano di sopra, lo zio Julian non può salire, quindi lo zio Julian è una donna. 

In un crescendo di elementi, la massima dimostrazione del ruolo femminile del personaggio si esplica nelle relazioni radicate: in un mondo di uomini che odiano le donne, lo zio è invece loro alleato, le spalleggia, le aiuta, le difende. E’ parte rilevante di quell’alleanza invisibile che lega tutte le donne unite da un destino comune, the girl power.

Lo zio Julian morirà di infarto quando tutti gli abitanti della popolazione, adirati con questa famiglia perché diversa, disfunzionale, irromperanno nella grande casa: per la paura di quello che gli avrebbero fatto, per la consapevolezza di non potersi difendere in alcun modo, per la rabbia che deriva da ciò, lo zio Julian muore solo. 

Proprio come una donna che è obbligata a vivere con la consapevolezza che non può difendersi, che se una persona sceglie di farle del male non avrà scampo. Come tutte quelle donne che non solo vengono uccise dal compagno ma poi anche dalla società che le lascia sole, che le colpevolizza, che le uccide due volte. 

Lo zio Julian è quindi una donna nell’accezione che segue i ruoli di genere, che segue l’idea della famiglia tradizionale, che segue le imposizioni di una società patriarcale checirconda le donne, le assorbe e le annichilisce, arrivando ad ucciderle. Lo zio Julian è unuomo, ma chissà quanti, ancora oggi, lo chiamerebbero femmina. 

E chissà quanti, ancora oggi, credono che la donna sia questo, una costola di Abramo. O peggio: chissà quanti non ci pensano proprio, e se ne lavano le mani.